Fintech

La rivoluzione digitale nel Finance è partita, ma le banche italiane sono in ritardo

Mentre le startup Fintech iniziano a competere con gli attori tradizionali, cresce l’attenzione per i Big Data, ma solo il 40% delle banche li cita nei piani strategici. Intanto si affaccia l’automazione nell’Asset Management, e inizia l’analisi delle potenzialità della Blockchain. Lo scenario nel primo Osservatorio Digital Finance del Politecnico di Milano

Pubblicato il 01 Feb 2017

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Il digitale sta rivoluzionando il settore finanziario, ma l’ecosistema italiano non è ancora pronto a cogliere questi grandi cambiamenti. Lo rivela il primo report dell’Osservatorio Digital Finance del Politecnico di Milano.

Le startup Fintech – oltre 750 nate dal 2011 a oggi a livello internazionale con oltre 26,5 miliardi di dollari di finanziamenti raccolti – aprono la competizione con gli attori tradizionali, creando anche opportunità di collaborazione, con un forte attivismo in particolare sui servizi bancari di base del mondo finanziario (funding & lending). Si diffondono le Application Program Interfaces (API), infrastrutture che consentono alle organizzazioni di diventare più “aperte”, integrarsi con nuovi attori e modificare il proprio assetto. Si inizia a capire il grande valore delle informazioni, ma oggi solo il 40% degli istituti finanziari cita i Big Data Analytics nei suoi piani strategici, utilizzandoli principalmente nella relazione con i clienti, molto poco nei prodotti finanziari. L’intelligenza artificiale rende più efficienti i processi di Asset Management, ma oggi solo il 18% degli istituti tradizionali la utilizza. È iniziata la rivoluzione della “Blockchain”, la tecnologia per le transazioni nata con i Bitcoin, anche se sono ancora poche le banche sperimentatrici.

Questo in breve il quadro tecnologico, a fronte del quale il settore bancario registra margini in calo, riduzione dei valori di mercato, requisiti di capitale in crescita. E quindi deve cambiare per forza. «L’ecosistema italiano appare ancora in ritardo sui fronti tecnologici, ma le innovazioni in atto e quelle all’orizzonte porteranno inesorabilmente gli attori finanziari e bancari a trasformarsi radicalmente sia all’interno che nelle modalità con cui servono i mercati», dice Marco Giorgino, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Digital Finance.

«Nella competizione allargata agli attori bancari rimangono due importanti vantaggi: il patrimonio informativo di inestimabile valore nel rapporto con il cliente e la sua conoscenza pervasiva – dice Filippo Renga, Direttore dell’Osservatorio -. Fondandosi su questo, con le analisi Big Data, possono valutare con più velocità e precisione il merito di credito di un cliente, anche anticipandone i bisogni. Automatizzando il processo di investimento, invece, possono posizionarsi in modo complementare rispetto all’offerta tradizionale, ad esempio rivolgendosi a un target molto specifico».

Nel mondo Finance sono già entrati diversi colossi del Web, come Google, Facebook, WeChat, Apple, Samsung e Alibaba: «Nel breve-medio periodo gli istituti finanziari sono in ritardo rispetto ai grandi attori digitali internazionali, e su alcuni servizi dovranno sottostare alle loro condizioni – dice Giorgino -, ma da un attento monitoraggio della concorrenza e da una corretta valorizzazione dei propri asset, possono estrarre il potenziale per un vantaggio competitivo nel lungo periodo anche in campo digitale».

Scendendo in dettaglio sui fronti tecnologici più avanzati, le API sono righe di codice software standardizzate che permettono di interagire e scambiarsi dati in modo flessibile ed economico. Sono rese ancora più importanti dall’entrata in vigore della direttiva europea sui servizi di pagamento nel mercato interno PSD2, che obbliga gli attori finanziari ad aprire l’accesso ai propri conti per la creazione di nuovi servizi da parte di terzi.

Quanto alle startup Fintech, il 96% si rivolge direttamente al consumatore o a un’azienda non finanziaria, ponendosi quindi come concreta alternativa alle banche anche come target. Molte non riusciranno a disintermediare il mondo finanziario tradizionale, ma ne diventeranno un partner utile. «Una collaborazione strategica con le startup può permettere a un istituto finanziario di innovare in tempi più rapidi, testando nuove strade con investimenti più limitati – dice Filippo Renga -. Le startup possono operare senza una rete fisica sul territorio e usare in maniera nativa le grandi moli di dati che raccolgono».

I Big Data finanziari

Il patrimonio informativo sui clienti è un patrimonio da scovare, estrarre e raffinare per essere messo a valore in tutti i processi aziendali. Ma solo il 40% dei maggiori istituti finanziari a livello internazionale fa riferimento ai Big Data nei propri piani strategici e solo il 35%, degli istituti italiani inseriti nel FTSE Italia Banche. Lo rivela la ricerca dell’Osservatorio Digital Finance su 400 fonti delle 63 maggiori banche a livello globale.

I progetti di Big Data analytics possono essere impiegati trasversalmente su tutte le aree di attività, ma oggi le applicazioni in ambito finanziario a livello internazionale sono prevalentemente nel marketing e relazioni con la clientela (63% dei progetti). Sono ancora pochi (20%) i progetti che coinvolgono attività cardine come Risk Management, erogazione di credito, supporto alle decisioni di investimento.

Gli istituti finanziari utilizzano nel 61% dei progetti solamente dati strutturati provenienti da fonti interne. I dati destrutturati ed esterni sono utilizzati rispettivamente solo nel 30% e 24%. La metà dei progetti (50%) sfrutta ancora dati analizzati in batch (cioè dopo l’archiviazione), ma molti iniziano a sfruttare anche l’analisi in real-time (40%) e near real-time (10%), soprattutto nel rilevamento delle frodi legate ai pagamenti.

L’intelligenza artificiale nella consulenza di investimento

Nell’Asset Management si stanno sviluppando servizi innovativi basati su tecniche di intelligenza artificiale, come rivela un’indagine internazionale dell’Osservatorio su 185 attori tradizionali e 130 startup.

Le startup dell’Asset Management offrono modelli di investimento black-box, soluzioni alternative alla tradizionale offerta come il Crowdfunding, servizi di Private Banking con attività simili agli incumbent ma portafogli tarati su cluster di investitori omogenei, fino a servizi di Private Banking “digitali” personalizzati sullo specifico investitore.

Tra i grandi attori internazionali tradizionali dell’Asset Management invece solo il 18% usa piattaforme digitali “avanzate” per la consulenza di investimento, con livelli di automazione diversi. In gran parte dei casi (68%) la componente umana e robotica coesistono, nel 23% le piattaforme online offrono strumenti, analisi e informazioni in real-time, solo nel 9% sono presenti i “Robo Advisor”, piattaforme digitali che generano servizi di consulenza di investimento in automatico, in modo coerente con profilo e obiettivi dell’investitore.

Infine il mondo finanziario è sempre più attento al “fenomeno Blockchain”, la tecnologia nata con la criptovaluta Bitcoin che ha potenzialmente impatto su tutte le transazioni, con benefici su costi, ottimizzazione dei processi, sicurezza, fonti di fatturato, anche se c’è ancora incertezza sugli ambiti applicativi e sull’entità dei benefici.

Secondo le analisi e le indagini dell’Osservatorio le banche italiane guardano con attenzione al Blockchain, ma sono ancora poche le “sperimentatrici”. Le startup operanti in questo ambito invece accompagnano le banche nel dedalo di opportunità per scovare anche nuovi ambiti applicativi. Ci sono startup che creano una Blockchain ad hoc per uno specifico utilizzo, altre che sviluppano in logica open API su Blockchain già esistenti e altre che hanno sviluppano soluzioni accessorie, senza utilizzare direttamente la Blockchain di riferimento.

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