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Infrastruttura cloud: come evitare il rischio di lock-in commerciale

Il pericolo per le imprese di restare agganciati a un fornitore tecnologico sembrava superato dall’avvento del cloud. Anche se in forma diversa, si è invece ripresentato: spostare carichi di lavoro da un provider all’altro non è semplice. L’alternativa open source Linode può risolvere la questione, spiega Luca Collacciani, Vice President Sales & Cloud Computing EMEA di Akamai

Pubblicato il 27 Dic 2022

Tra i principali vantaggi del cloud, soprattutto nei primi tempi si ritrovava regolarmente evidenziato il superamento del rischio lock-in. Per anni, infatti, la prospettiva di restare dipendenti dal produttore di un software, e quindi di non potere cambiare fornitore una volta concluso un contratto (a meno di costi e sforzi imponenti), ha giocato un ruolo importante nelle scelte e soprattutto nei bilanci.

Anche se oggi il cloud è ormai diventato la regola, il rischio non si può considerare per nulla superato. Anzi, la realtà sta presentando uno scenario per certi versi piuttosto simile. «La promessa del cloud era in effetti svincolarsi dall’infrastruttura IT tradizionale e dai relativi costi» spiega Luca Collacciani, Vice President Sales & Cloud Computing EMEA di Akamai. «Tuttavia, ci siamo ritrovati in una situazione opposta. In realtà, la libertà attesa inizia a rivelarsi limitata, proprio perché il cloud ha funzionato e funziona così bene da mettere i principali protagonisti in una posizione privilegiata».

Luca Collacciani

Vice President Sales & Cloud Computing EMEA di Akamai

Come è facile prevedere, si parla di Amazon, Google e Microsoft, i principali cloud provider (hyperscaler) al mondo. Grazie al rapido e ampio successo incontrato, questi Big si trovano di fatto a poter dettare le regole, soprattutto finanziarie, dei servizi offerti. Il problema maggiore si sta rivelando nel trasferire un’infrastruttura a un provider alternativo. «Qualche cliente è arrivato a definirla una prigione dorata, dove si vive felici», prosegue Collacciani. «Perché tutto funziona bene, le promesse sono rispettate, ma non si può uscire». Almeno, se non a un costo elevato in termini economici e di complessità. Perché, oltre alle clausole contrattuali, in gioco ci sono effettiva proprietà dei dati, vincoli di rescissione e difficoltà oggettive come il formato di archiviazione dei dati, con relativo rilascio e trasferimento.

Da tecnologico a finanziario, ritorna il lock-in

Il problema non è quindi la qualità del servizio, mediamente alta. È invece una sorta di dipendenza economica, a tutto vantaggio dell’hyperscaler. Con il passare del tempo, però, in questa situazione emerge un disagio crescente. Una volontà di diversificare i propri fornitori, e non solo per questioni economiche.

Oltre a quel senso di libertà indispensabile a indirizzare strategie aziendali, si fa strada la necessità di fronte a ogni scelta di guardare al proprio interesse e non di assecondare quello del provider. «È un desiderio crescente rilevato nei nostri clienti. Prima di tutto, perché quando si resta troppo legati a un unico provider ci si specializza solo nella sua tecnologia. Quindi, relative spese di formazione e certificazione, risorse non sempre facili da trovare e quindi poche alternative nella selezione del personale», precisa Collacciani.

La via d’uscita passa dall’open source

Proprio per trovare una soluzione a questa apparente strada senza uscita, Akamai ha recentemente acquisito Linode. «È una piattaforma open source, quindi con maggiore libertà di azione, e richiede meno specializzazione, perché tutto quanto gira su Linux è naturalmente compatibile con la nostra piattaforma», spiega Collacciani.

Il discorso acquista ancora maggiore importanza quando si guarda a uno dei fattori chiave per un’infrastruttura IT, la sicurezza. Un settore dove le competenze sono tra le più ricercate e naturalmente costose: in questo, l’open source offre maggior possibilità di scelta, dalle soluzioni alle relative risorse professionali.

C’è inoltre un ulteriore ragione a vantaggio di un approccio al cloud improntato all’open source. Entra infatti in gioco la resilienza. «Qualsiasi cosa dovesse andare storto con un vendor, permette di avere un piano B per fronteggiare qualsiasi emergenza». Basti immaginare, per esempio, che cosa potrebbe succedere a una società di e-commerce che ha affidato la propria infrastruttura a un unico provider se si dovesse trovare a fronteggiare un imprevisto in giornate come il Black Friday.

In sintesi, affidarsi a un fornitore unico può certamente rivelarsi pratico dal punto di vista della gestione. Per quanto riguarda canoni, prezzi e condizioni, però, il margine di manovra è ridotto al minimo, e tende a diminuire nel tempo al crescere della dimensione e della complessità di un’infrastruttura. «Negli ultimi tempi tutti gli hyperscaler hanno aumentato i prezzi e se ci si affida a uno solo non c’è molto da fare. Diversificare significa anche poter decidere liberamente di spostare dei carichi verso il provider più conveniente. Inoltre, la tendenza è dare priorità di risorse alle grandi aziende a svantaggio delle tantissime PMI italiane».

Un cloud a propria immagine e somiglianza

La soluzione è rivolgersi a una realtà più in linea con le proprie esigenze, dove anche supporto e assistenza possano rivelarsi meglio accessibili, senza limitazioni orarie. Perché sia affidabile però, un’alternativa del genere non può fare a meno dell’open source, garanzia di libertà di azione. «Linode nasce come servizio open source. La scelta è in linea con tutta la nostra infrastruttura costruita su sistemi aperti, grazie ai quali è più facile migrare da un servizio a un altro con maggiore libertà», afferma Collacciani.

In situazioni del genere, di fronte a un lock-in, il passaggio più difficile è proprio decidere la migrazione e subito dopo eseguirla. Nel primo caso, si tratta in genere di una questione interna. Se affidarsi a un unico fornitore di servizi significa semplificare la gestione ai responsabili IT, sul fronte manageriale, a cui in genere spetta anche l’ultima parola, l’attenzione va prima di tutto ai costi. Accettare il dialogo e trovare una soluzione condivisa è quindi probabilmente la strada più saggia.

Quando si passa a migrare dei servizi o parte di un’infrastruttura IT, Akamai può mettere in campo una carta vincente. «Anche noi usiamo i servizi degli hyperscaler e siamo primi a dover diversificare» conclude Luca Collacciani. «Di fronte a costi in continua crescita, uno dei nostri maggiori progetti interni è proprio trasferire un buon numero di servizi sulla nostra infrastruttura. È già in corso, e i primi risultati sono molto incoraggianti».

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