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Interviste

Il ruolo delle banche nella crisi dell’eurozona – Intervista a Roberto Nicastro, DG di Unicredit

A poche settimane di distanza dall’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, concluso con successo, il Direttore Generale della più grande banca italiana parla del futuro dell’euro dopo gli interventi della BCE, del ruolo delle banche in questa fase di crisi di liquidità, dei progetti di innovazione organizzativa. E si dice convinto che il peggio sia passato, almeno sul fronte dell’accesso al credito per le imprese

16 Feb 2012

Umberto Bertelè: Sono tantissimi i temi che mi piacerebbe trattare in questo nostro colloquio, che avviene a pochi giorni dal felice (ma tutt’altro che scontato a priori) esito del rilevante aumento di capitale richiesto da Unicredit ai suoi azionisti per non dovere ridurre drasticamente gli impieghi a fronte dei nuovi vincoli patrimoniali (oggetto di diffuse contestazioni) imposti dall’EBA-European Banking Authority.

Umberto Bertelè

Professore emerito al Politecnico di Milano, è autore di "Strategia", edizioni Egea, disponibile nella seconda edizione, focalizzata sulla trasformazione digitale.

Partirei dai temi più generali – sostenibilità dell’area “euro”, credit crunch, tenuta delle nostre imprese industriali e di servizi, erosione dello stock di investimenti esteri in Italia – per passare poi a qualche considerazione sulla “cura dimagrante” che le banche dovranno sicuramente fare per recuperare profittabilità (a partire dalla riduzione drastica delle dimensioni e del numero delle filiali, etc.) e sul ruolo che in questa ristrutturazione potrà essere giocato dall’ICT.

Roberto Nicastro: L’elemento di scenario che ha più caratterizzato gli ultimi 6-12 mesi è stato a mio avviso la crescente consapevolezza che nelle economie avanzate – Stati Uniti, Giappone ed Europa – si è vissuti per molti anni al di sopra dei propri mezzi, facendo ricorso al debito e rinviando sine die i problemi strutturali. I governi, e in generale il mondo pubblico, sono ovunque indebitati. Il mondo privato è un po’ più differenziato; in Paesi come l’Italia sono soprattutto le imprese a essere indebitate, mentre lo sono in misura molto più ridotta le famiglie; negli Stati Uniti o nel Regno Unito si verifica il contrario. Il problema debito è ancora più grave negli Stati Uniti e in Giappone che in Europa.

Il secondo nodo arrivato al pettine, questo invece tutto “europeo”, è stato quello della disomogeneità delle politiche fiscali in un’area caratterizzata dalla presenza di una moneta unica come l’”eurozona”: si è poi generato un grave problema di credibilità di alcuni Paesi, incluso il nostro, e una conseguente situazione di fortissima instabilità.

UB: La criticità delle politiche fiscali era già stata preannunciata da diverse persone quando fu creato l’euro…

RN: Sì, ma il mercato ha creduto per tanto tempo che il credito dell’emittente Grecia fosse lo stesso di quello dell’Olanda. Poi, quando ci si è resi conto che in caso di estreme conseguenze non c’è un prestatore comune di ultima istanza, il sistema è entrato in fibrillazione. Come vediamo in robquesti giorni, il fiscal compact – l’impegno cioè all’allineamento delle politiche fiscali – rappresenta un tema a forte contenuto politico e non solo finanziario. Perché diventa critico il tema del rispetto dell’impegno e di chi lo debba verificare ed eventualmente sanzionare: se la Grecia decidesse ad esempio di arretrare a 55 anni l’età per andare in pensione, potrebbe il ministro delle finanze di un altro Paese far annullare una decisione di natura squisitamente politica, limitando la sovranità del parlamento greco?

UB: Ma il sistema riuscirà a stare in piedi? È possibile la convivenza nella stessa area monetaria di Paesi che – per indebitarsi – pagano tassi così diversi? È possibile che non si ingenerino spirali completamente negative, che spingano i Paesi con maggiori difficoltà a politiche di austerità crescente che portino a continue riduzioni del PIL (e quindi della possibilità di ripagare i debiti)? Perché un Paese come il Regno Unito, che ha fondamentali simili a quelli dell’Italia (o forse anche peggiori), paga tassi di interesse sul debito pubblico così più bassi solamente per il fatto che la sterlina non è agganciata all’euro?

RN: Per poter avere tassi allineati, è necessario che ci sia un debitore unico, e per avere un debitore unico (o più debitori solidali) sono necessarie regole che garantiscano tutti. È importante tener presente, quando si pensa a un possibile dissolvimento dell’euro, i costi di uno scenario alternativo:

• il costo immediato del disordine, nel momento del dissolvimento o dell’uscita di alcuni Paesi dalla moneta unica, in assenza di regole concordate preventivamente;

• il costo strutturale della frammentazione del mercato unico, conseguente alla disunione monetaria, in un contesto mondiale di crescita di grandi Paesi (Cina, India, Brasile, etc) e il costo della frammentazione politica: se in futuro sempre di più le grandi decisioni mondiali saranno concentrate in poche voci, un’Europa disunita non sarà più una di queste. Il caso del Regno Unito è indicativo della discrasia dei mercati: il denaro costa poco perché si pensa che nel breve il Paese può battere moneta; ma nessuno crede che la sterlina sia forte, proprio per il rischio inflazione che ne consegue.

È interessante notare a tale proposito che nella crisi dell’euro l’unica cosa che non si è indebolita è l’euro stesso. La quotazione non scende. C’è una razionalità di fondo del mercato, che crede che l’euro non salterà: dietro la visione virtuosa e parossistica della Germania, c’è un euro meno soggetto a pressioni inflazionistiche nel tempo di quanto possa essere il dollaro.

UB: Cosa sta succedendo ora?

RN: In primo luogo sono cambiati quattro governi nei Paesi chiave, e questo è un passaggio importante: sono governi più market friendly, e anche l’Italia gode di una maggiore credibilità. Si è iniziato ad affrontare il tema dell’unificazione fiscale, ma è evidente che sarà un percorso lungo. Inoltre, si è data una prima soluzione ai problemi di liquidità attraverso l’intervento di metà dicembre della BCE, che non ha erogato soldi nuovi ma ha consolidato debiti esistenti.

Le banche – anche italiane – già andavano ad attingere denaro in BCE: ma con prospettiva a breve, molto instabile, una settimana o un mese, che non consentiva loro di costruire una politica creditizia. Ora la BCE ha tranquillizzato le banche, rendendo possibile la stabilizzazione delle posizioni creditizie esistenti e ad esempio il finanziamento di progetti di investimento a 2-3 anni.

UB: Ho la sensazione che la crisi abbia aggravato un problema che però già esisteva.

RN: In effetti vi è in Italia da molto tempo uno squilibrio, nello stato patrimoniale delle banche, fra gli impieghi nell’economia e la raccolta. Abbiamo circa 1.900 miliardi di euro di impieghi – sommando famiglie, PMI, grandi imprese e amministrazioni pubbliche – e 1.600 di raccolta (in prevalenza dalle famiglie con i conti correnti e con le obbligazioni bancarie). Esiste cioè un gap di 300 miliardi di euro. In passato questo gap era stato finanziato attraverso le emissioni sui mercati istituzionali, ma – in parallelo alla crisi dei BTP scoppiata nel 2011 – il rischio Italia ha causato l’impossibilità di rifinanziare all’ingrosso le obbligazioni in scadenza.

Inoltre, è purtroppo ricominciato l’export di capitali da parte delle famiglie italiane. In sintesi, da una lato la fonte primaria di raccolta è stata molto tirata e dall’altro quella istituzionale si è inaridita, costringendo le banche a rivolgersi alla BCE, già da inizio autunno 2011.

UB: In prospettiva, come si risolve questo problema?

RN: Vedo due vie, in parte complementari: – attraverso un (auspicabile) pieno ripristino della fiducia nel sistema Italia, che consenta di ricominciare a emettere obbligazioni sull’estero; – incentivando il risparmio italiano a finanziare e supportare di più l’economia (oggi oltre due terzi della ricchezza delle famiglie italiane è in attività immobiliari).

Le famiglie italiane, infatti, sono tra le più ricche dei paesi avanzati. Ma c’è un’anomalia: esse investono poco in titoli di stato, capitale delle imprese e depositi bancari.

UB: Le delusioni sono state tante. Gli investitori hanno perso cifre impressionanti, talora a seguito di quotazioni truffaldine.

RN: In realtà, depositi bancari e titoli di stato sono stati investimenti sicuri. Mentre la ricapitalizzazione delle imprese è più che altro compito degli imprenditori medesimi. Le banche sono accusate di generare il credit crunch, ma non è così. La banca è solo un intermediario, non siede sul deposito di Paperone, se non ha approvvigionamenti non può erogare finanziamenti. Va peraltro ricordato anche che la banca ha la responsabilità verso i depositanti e quindi è suo dovere selezionare a chi dare credito.

UB: Cosa si può fare per incentivare l’afflusso di capitale italiano alle imprese italiane senza andare contro le regolamentazioni europee?

RN: Le banche devono essere più allineate alla media europea dal punto di vista della leva finanziaria concedibile, chiedendo una maggiore capitalizzazione delle imprese finanziate. Poi c’è un tema di fiscalità: la “preferenza per il mattone” è stata favorita dal fatto che l’immobiliare ha sempre avuto un regime fiscale privilegiato. Oggi con l’IMU qualcosa si è mosso, ma vedremo se in misura sufficiente a ri-orientare gli investimenti.

UB: Al di là dei (pur importantissimi) problemi di liquidità, le banche appaiono attraversare un momento particolarmente critico per la loro stessa sopravvivenza.

RN: Per le banche si sono sommati due elementi di complessità. Uno endogeno: la fortissima crisi di liquidità. L’altro esogeno: la decisione dell’EBA di imporre tempi strettissimi per il rafforzamento dei parametri patrimoniali. Come si è reagito e quali problemi rimangono? Sul fronte della liquidità l’ intervento della BCE, che sarà probabilmente ripetuto a breve, ha (come detto) ripristinato tranquillità.

Sul fronte del capitale al momento siamo stati noi [Unicredit] gli unici o quasi in Europa a prendere il toro per le corna, deliberando un aumento di capitale nelle peggiori condizioni possibili, in un mercato cui non piacevano i titoli bancari e i titoli italiani. È stato complicato, per l’accoglienza iniziale. Ma siamo estremamente contenti del risultato, 99.8%. Non poteva andare meglio. I problemi a questo punto sono risolti? Sul tema del capitale, per quello che ci riguarda, sì. Ma restano delicati punti di attenzione a livello di sistema, e fra questi una normativa che appare eccessivamente penalizzante nei confronti dell’Italia per l’extracapitale che essa richiede – rispetto a Basilea 2 – per il finanziamento alle PMI.

Basilea 2 è stata criticatissima, ma in fondo ha retto per quanto riguardava il finanziamento alle PMI; non ha retto invece sul trading, sulle cartolarizzazioni e sul mismatch fra attivo e passivo. Sul tema ABI, Confindustria e Rete Impresa Italia stanno giustamente facendo lobbying, in sintonia con il governo italiano, per neutralizzare l’impatto Basilea 3 sulle piccole imprese.

UB: Qual è la situazione delle imprese “vista dalle banche”? Io sento tantissime segnalazioni di imprese, soprattutto medio-piccole, cui vengono revocati i fidi.

RN: Dal punto di vista delle erogazioni, credo che il peggio sia passato. Mi sembra che due delle tre cause di riduzione del credito si siano allentate: tutte le banche hanno più liquidità, per l’intervento della BCE; noi abbiamo anche più capitale, perché ci siamo mossi celermente, ma anche le banche che sono tuttora nel limbo troveranno una Banca d’Italia più flessibile. Mi aspetto che nell’arco di 2-3 mesi ci sia una normalizzazione.

Dal punto di vista dello stato di salute dell’economia e della solvibilità delle imprese, esiste oggi una netta dicotomia fra le imprese che vanno all’estero e quelle che operano solamente sul mercato domestico. Parallelamente conta la dimensione: il “quasi obbligo” di andare all’estero fa emergere alcuni limiti del modello molecolare.

La soluzione passa attraverso le fusioni o attraverso forme aggregative (quali le reti) che le simulino, permettendo di operare con piattaforme distributive comuni – ad esempio servendosi di un agente unico per vendere nei mercati (cinese, indiano, brasiliano, etc.) che offrono le maggiori nuove opportunità di crescita del fatturato – pur mantenendo la competizione in Italia. Superare l’individualismo italiano è un tema culturale di grande rilevanza, su cui si fa ancora troppo poco.

UB: Vedete una fuga delle multinazionali dall’Italia, come diversi recenti episodi potrebbero far pensare?

RN: In realtà non stiamo vedendo una massiccia fuoriuscita. La domanda è piuttosto perché da decenni il flusso d’ingresso sia endemico. Il nostro Paese è percepito purtroppo come business unfriendly, principalmente per l’eccesso di burocrazia e i vincoli sul mercato del lavoro e questo spesso svantaggia anche gli imprenditori italiani: ben vengano a tal fine le liberalizzazioni. Mantenere impianti o laboratori di R&D in Italia può rispondere a due logiche: avvalersi degli skill esistenti (spesso unici, è un vantaggio!) e/o servire il mercato italiano o più in generale europeo.

Con un mercato italiano strutturalmente circoscritto – e (almeno) congiunturalmente in calo – la speranza di permanenza di insediamenti di imprese multinazionali nel nostro paese o di localizzazioni di nuovi è fortemente legata all’uso dell’Italia come base di accesso all’Europa: uso che diventerebbe più difficile, con le conseguenze immaginabili, se crollasse l’edificio comunitario.

UB: E per quanto concerne le banche, la cura dimagrante sarà forte?

RN: Noi [Unicredit] abbiamo un piano che prevede una forte diminuzione degli organici, pari oggi a 5.200 persone in Italia, 7mila nel mondo. Stiamo facendo operazioni di efficientamento sulle strutture centrali, ma allo stesso tempo abbiamo la consapevolezza che il modo di utilizzare la banca sta cambiando e che il cliente ha sempre meno bisogno di quella transazionalità fisica che richiedeva sportelli aperti ovunque.

Si sta quindi migrando su modalità online per le transazioni semplici, offrendo invece una maggiore qualità della consulenza per quelle complesse. Il numero degli sportelli rimarrà invariato, ma verranno tutti smagriti: meno metri quadri, ma più uffici per i clienti magari al piano di sopra anzichè fronte strada. È l’ICT che sta consentendo questo. In Germania abbiamo avviato un progetto pilota che prevede, per la consulenza di alto livello da parte di specialisti, il massiccio utilizzo della videocomunicazione a distanza.

Questo consente ad esempio, se un cliente vuole un mutuo specializzato e non abita in centro a Monaco di Baviera ma in una valle, di metterlo in comunicazione diretta – dalla sede locale – con lo specialista, che magari può addirittura operare dalla propria abitazione.

Anche in Turchia abbiamo dei test analoghi in atto. In sintesi sta evolvendo il nostro approccio strategico all’innovazione, sinora concentrata sulle operazioni più semplici, quali la consultazione online dell’estratto conto, oppure su quelle complesse ma rivolte a una utenza sofisticata, quali il trading online (Fineco). La nuova frontiera è quella di efficientare e remotizzare le operazioni più complesse, ove la fiducia nella persona e nel brand è determinante: in quest’ottica si inserisce il test pilota in Germania.

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