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Eventi

Il rilancio dell’industria passa per l’innovazione tecnologica

All’Italia serve un ponte tra il mondo della ricerca e quello delle aziende, in particolare per le cosiddette Key Enabling Technologies (KET), ritenute fondamentali per la crescita e l’occupazione dalla Commissione Europea. Se ne è parlato in un convegno, alla presenza di Renato Ugo, presidente dell’associazione italiana per la ricerca industriale, e dell’AD di STMicroelectronics, Pietro Palella.

27 Mag 2014

Gianluca Torchiani

L’importanza della ricerca e sviluppo è costantemente ribadita in convegni, iniziative e talvolta riecheggia persino nel dibattito politico. Ma l’immagine di questo settore è soprattutto quella di ricercatori chiusi nei laboratori delle università, alle prese con sperimentazioni complesse se non addirittura teoriche. Quello che invece servirebbe all’Italia è un altro tipo di ricerca, strettamente connessa al lavoro quotidiano delle imprese, che hanno bisogno soprattutto di innovazione per crescere. Della necessità di un ponte tra il mondo della ricerca e quello delle aziende si è parlato in occasione della presentazione del libro “Le Key Enabling Technologies”, a cura di Sesto Viticoli e Luigi Ambrosio e con il supporto di Airi (associazione italiana per la ricerca industriale). In questo senso si è mossa l’Unione europea, soprattutto con il lancio del programma Horizon 2020 (che prevede fondi per decine di miliardi di euro), che ha riconosciuto come la competitività dell’industria europea e dei servizi avanzati debba prevedere un collegamento tra la ricerca d’eccellenza e quella industriale.

Le KET al centro del programma Horizon 2020

In particolare, l’Ue ha posto l’attenzione sulle cosiddette tecnologie abilitanti o KET (dall’inglese Key Enabling Technologies), ritenute fondamentali per la crescita e l’occupazione. Secondo la definizione data dalla Commissione Europea le KET sono tecnologie “ad alta intensità di conoscenza e associate a elevata intensità di R&S, a cicli di innovazione rapidi, a consistenti spese di investimento e a posti di lavoro altamente qualificati”. Il programma Horizon 2020 sostiene e rafforza l’impegno per le KET, classificandole in sei categorie principali: tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nanotecnologie, materiali avanzati, biotecnologie, fabbricazione e trasformazione avanzate.

Una strada che anche l’Italia potrebbe seguire, anche se in colpevole ritardo, come ha sottolineato il presidente di Airi, Renato Ugo: “Il nostro Paese può competere con la tecnologia, avremmo già dovuto capirlo al tempo dell’ingresso nell’euro. Invece dal 2000 in poi la nostra politica di ricerca è stata fatta dalla Ragioneria dello Stato, un caso senza eguali nel mondo. Oggi la politica è cambiata anche in Europa: per la prima volta con Horizon 2020 si è affermato che esistono delle tecnologie trasversali importanti per molti settori industriali, che devono essere sostenute. Queste tecnologie sono gli antibiotici per le nostre aziende, anche quelle di settori classici come il tessile, che possono permettere loro di andare a competere con successo sui mercati internazionali”.

Una strada che, già negli scorsi decenni, è stata seguita da uno dei big dell’elettronica italiana, STMicroelectronics, come ha raccontato l’amministratore delegato, Pietro Palella: “La tecnologia non è una commodity, in Stm ci abbiamo investito e proprio per questo siamo ancora qui. Il nostro modello è stato quello di sviluppare tecnologia e prodotto nello stesso posto, così da arrivare sul mercato in tempi rapidi. Insomma, abbiamo sempre ritenuto più importante il time to market del costo del lavoro. È un’impostazione valida per tutte le lavorazioni ad alto contenuto innovativo. Dunque, solo aumentando il valore delle cose che si fanno si può evitare lo spopolamento del manifatturiero nazionale”.

In realtà, nonostante il declino di alcuni grandi gruppi industriali, l’Italia non è certo all’anno zero per l’innovazione tecnologica, come ha spiegato Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison:Il declino industriale dell’Italia si è arrestato. Tra il 1995 e il 2013 il nostro surplus commerciale, prima dipendente da moda e arredamento, ora è strettamente legato anche ad altri settori in cui il ruolo delle key enabling tecnologies è fondamentale: penso alla meccanica, alla vendita delle macchine industriali, ecc. Certo, non c’è più la Montedison, però abbiamo avuto negli ultimi 3 anni un enorme incremento dell’export farmaceutico. Insomma, è la struttura del nostro manifatturiero a essere completamente cambiata”.

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