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editoriale

Gli USA, la Volkswagen e le imprese hi-tech

E se l’attacco fosse una vendetta degli Stati Uniti per la quasi-crociata che l’UE, sotto la spinta soprattutto tedesca, sta portando avanti contro le imprese tech, Google in primo luogo, ma anche Apple, Amazon, Facebook e Uber?

20 Ott 2015

Umberto Bertelè

@umbertobertele

Umberto Bertelè è autore di “Strategia”, edizioni Egea, 2013. Ha scritto anche la prefazione dell’edizione italiana di “Big Bang Disruption” di Larry Downes e Paul F. Nunes, edizioni Egea, 2014.

La prima cosa che ho pensato allo scoppio dello scandalo Volkswagen? È la vendetta degli Stati Uniti per la quasi-crociata che l’UE, sotto la spinta soprattutto tedesca e la guida del commissario tedesco per gli affari digitali, Gunther Oettinger, sta portando avanti contro le loro imprese tech: contro Google in primo luogo, che corre il rischio di finire a pezzi (destino che a suo tempo Microsoft evitò con fatica), ma anche contro Apple, Amazon, Facebook e Uber. Con un accanimento che sembra andare al di là di ragioni più che giuste, quali la lotta ai possibili abusi da posizione dominante e all’elusione fiscale. Con un accanimento che probabilmente riflette la frustrazione di non disporre (a differenza della Cina) di campioni in grado di controcombattere a livello interno e globale e di avere anzi alcune delle roccaforti della propria economia a rischio disruption.

Un’interpretazione degli eventi del tutto fantasiosa, la mia, ma non completamente priva di senso. Perché l’EPA-Environmental Protection Agency, che ha lanciato e dato grande pubblicità all’accusa, è una agenzia del governo statunitense. Perché l’accusa è stata lanciata proprio nel momento in cui il passaggio dall’Euro5 all’Euro6, obbligatorio nell’UE dall’1 settembre 2015, avrebbe tolto dal mercato i veicoli incriminati (ma ora sono iniziati i sospetti anche sull’Euro6). Perché, se gli Stati Uniti avessero cercato la forma più dolorosa di ritorsione contro la Germania, avrebbero sicuramente scelto come bersagli l’auto e Volkswagen: l’auto, insieme con le attività connesse, vale infatti poco meno dell’8 per cento (la percentuale più alta al mondo) del PIL del Paese e ancor più in termini di occupati; Volkswagen è di gran lunga il gruppo più importante, per giunta con una parte di azioni in mani pubbliche e un ruolo molto rilevante (sia formale sia sostanziale) del sindacato.

Le imprese statunitensi tech sotto attacco pesano molto meno, come percentuale del PIL e ancor più degli occupati del Paese, ma ne rappresentano la componente dell’economia più avanzata e – insieme con le grandi banche – più pregiata. Apple è leader mondiale assoluta per capitalizzazione con un valore a inizio ottobre di 630 miliardi di $, dopo aver toccato i 750, e con un utile netto (largamente favorito dall’elusione fiscale) di 50 miliardi. È seguita da Google (ora Alphabet) a 440 e da Microsoft a 365, mentre le prime due non tech – Berkshire Hathaway (la società del mitico Warren Buffett) e Exxon Mobil (l’antica regina ora penalizzata dal prezzo del petrolio) – capitalizzano rispettivamente solo 320 e 315 miliardi. Facebook ne vale circa 260, Amazon 250 e Uber, non ancora quotata, ha una capitalizzazione implicita – sulla base dell’ultimo conferimento – superiore a 50: valori tutti molto elevati se si pensa che le due società top del nostro listino, Intesa Sanpaolo ed Eni, capitalizzano 60 miliardi ciascuna.

L’attacco europeo potrebbe quindi costare molto alle grandi del mondo tech statunitensi, così come costerà molto a Volkswagen – e presumibilmente all’industria tedesca oltre che all’immagine del Paese – il recente scandalo: in termini di spese, per il richiamo di 11 milioni di auto, di possibili class action da parte dei clienti e di caduta nelle vendite, con la perdita della leadership mondiale che la società aveva finalmente conquistato nel primo semestre 2015 superando Toyota. La Borsa ha già colpito il titolo, facendolo scendere del 45 per cento nell’ultimo mese e portando così la capitalizzazione a 52 miliardi di dollari, appena 1 più di Uber (titolo che peraltro comparativamente valeva poco già prima dello scandalo), per la qualità uniquely awful (qualificazione di FT) della governance. A rischio ci sono ora i posti di lavoro – gli occupati diretti sono ben 575mila (contro i 92mila di Apple e i 57mila di Google) – e il tantissimo indotto (in parte anche nel nostro Paese).

C’è un’altra riflessione che vorrei fare, sull’importanza che il software – spesso silenziosamente – ha raggiunto nella nostra vita. L’istruzione-canaglia (rogue il termine anglosassone) era nascosta dal 2007 fra le tante che controllano il funzionamento del motore ed è stata scoperta solamente con le prove su strada: o forse, come sostengono alcuni sempre fantasticando, con la spiata per vendetta di qualcuna fra le persone (sicuramente non poche) che condividevano il segreto.

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