World Tour 2015

Con Fujitsu va in scena la tecnologia human centric

Da Airbus alla banca spagnola Caixa passando per le auto a idrogeno di Toyota, il colosso giapponese dell’ICT condivide con la platea di Milano le ultime soluzioni realizzate dai dipartimenti R&D. Con l’AD Federico Francini, sul palco il professor Umberto Bertelè, Carmine Stragapede di Intel, David Gentle, Director of Foresight and Planning e Tsuneo Nakata, presidente dei Labs: «L’innovazione? Serve essenzialmente a far riconoscere al mondo digitale la fisicità dell’uomo»

24 Giu 2015

Domenico Aliperto

Così come la tecnologia non è fine a se stessa, nemmeno il business lo è. Ma d’altra parte è inevitabile pensare anche a potenziali business model quando si fa innovazione per l’impresa.

Questo, in estrema sintesi, il messaggio lanciato in coro dal top management italiano e internazionale di Fujitsu chiamato a parlare sul palco della tappa milanese del World tour 2015.

Un’edizione diversa dal solito anche per l’inedita presenza dei prototipi creati nei Fujitsu Labs, i centri di R&D che il colosso giapponese (40 miliardi di dollari di fatturato con 2 miliardi, il 5% delle revenue, investiti annualmente in ricerca e sviluppo, un portfolio di oltre 100 mila brevetti e 160 mila dipendenti in tutto il mondo) possiede in madrepatria, negli Stati Uniti, in Cina e in Spagna. È parecchio tempo ormai che la multinazionale, che come ha ricordato l’AD per la Penisola Federico Francini proprio il 20 giugno ha compiuto 80 anni, persegue la filosofia della “human centric innovation”.

Dunque i prodotti presentati e gli use case raccontati sono stati essenzialmente nel segno di soluzioni che coniugano progresso tecnologico e sociale. Francini ha ribadito con forza la collaborazione anche per i prossimi anni con il platinum partner dell’evento Intel, che sosterrà, ha promesso il country manager Carmine Stragapede, pieno sostegno in progetti di co-innavazione specialmente sui temi dell’IOT e della ricerca sperimentale sulle microarchitetture a base di digital photonics.

La relazione principale della sessione mattutina è stata affidata a Umberto Bertelé, chairman degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. «La disruptive innovation è qualcosa che suscita allo stesso tempo terrore e interesse. Ma mentre negli Usa tendenzialmente la società vede la disruption come una premessa per un futuro migliore, in Europa prevale lo spirito della paura. Che non è necessariamente un male, se la paura è quella di perdere clienti o posizioni di mercato nel momento in cui non si adotta una strategia digitale», ha precisato il professore. «Significa che il sistema sta reagendo».

Umberto Bertelè

Professore emerito di Strategia di Impresa al Politecnico di Milano; Chairman Osservatori Digital Innovation

Bertelè poi ha passato in rassegna alcune delle industry che nel bene e nel male sono state travolte dalla rivoluzione digitale. Qualcuna scontando pesanti perdite di valore, come quella dell’imaging e della fotografia, qualcun altra affrontando complessi processi di trasformazione tutt’ora in corso, come il mondo dell’automotive, dove le soluzioni Ict diventano sempre più preponderanti rispetto alla meccanica e ad altri componenti fino a non poco tempo fa assolutamente peculiari delle quattro ruote. «Oggi un consumatore su cinque dichiara di essere disposto a cambiare brand per la propria automobile se la nuova casa offre un maggior numero di applicazioni digitali», ha precisato Bertelè, che ha anche parlato di retail ed e-commerce, di sharing economy ed entertainment, senza dimenticare i business che sono fioriti nell’humus generato dal Web 2.0, a partire da Uber e Airbnb. «L’importante è capire che non ci troviamo più di fronte a semplici fenomeni economici, o tecnologici. Ma a trasformazioni che ci coinvolgono in primis come persone», ha concluso Bertelè dando il la all’intervento di David Gentle, Director of Foresight and Planning di Fujitsu, che è entrato nel vivo delle case history portate al World Tour.

«Uno dei progetti più importanti in Europa riguarda la partnership con Airbus», ha spiegato Gentle. «Il consorzio realizza circa 40 milioni di singoli componenti, che vanno poi a costituire i velivoli venduti alle principali compagnie aeree. E lavorando in un settore fortemente regolamentato per ovvie questioni di sicurezza, Airbus ha l’obbligo di tracciare e verificare regolarmente l’efficienza di una percentuale significativa di questi componenti. Parliamo di 2,8 milioni di unità. Grazie all’implementazione di una soluzione basata su tecnologia RFID oggi gli addetti ai controlli riescono a raccogliere tutti i dati necessari su un aereo in 20 minuti, quando prima occorrevano 14 ore, con un ulteriore risparmio del 20% sulle spese di procurement».

In Spagna, invece, Fujitsu ha sostenuto la banca Caixa in una sperimentazione che ha coinvolto mille correntisti chiamati a creare insieme all’istituto una nuova esperienza d’uso negli ATM. «La nuova generazione di sportelli automatici sarà così in grado di erogare denaro e informazioni senza che il cliente debba estrarre la propria carta, basterà farsi riconoscere attraverso lo smartphone», ha precisato Gentle. «E ogni operazione potrà essere personalizzata e memorizzata, dalla disposizione dei tasti sul diplay al taglio delle banconote preferito».

Sul fronte della sostenibilità ambientale, la società ha lavorato insieme a Toyota per la creazione di un sistema di geolocalizzazione delle stazioni di servizio abilitate al rifornimento di idrogeno, dedicato naturalmente alle vetture a emissioni zero. «La piattaforma crescerà promuovendo una tecnologia che presto sostituirà il tradizionale motore a combustione interna anche grazie alla collaborazione con altri car maker».

A chiudere i lavori c’era Tsuneo Nakata, presidente dei Fujitsu Labs, che in un’intervista a margine dell’evento ci ha svelato l’approccio con cui si fa ricerca e sviluppo nel sancta sanctorum del gruppo. «Ci poniamo domande provando non solo a rispondere a esigenze contingenti del mercato, ma gettando lo sguardo più in là, imparando dalla storia, dai megatrend che hanno attraversato l’economia nei decenni scorsi per concepire innovazioni che contengano al loro interno anche nuovi modelli di business. E soprattutto cercando di imparare dalle persone: le applicazioni e i servizi supportano direttamente le attività umane, la base tecnologica è sottostante e deve servire principalmente a mettere in comunicazione il mondo virtuale con quello reale. Per questo, parlando di interfaccia utente, non ci soffermiamo tanto sul device, quanto piuttosto sull’ambiente circostante. Il nostro obiettivo è creare un ecosistema in cui l’uomo si fa riconoscere dalle soluzioni digitali e interagisce con loro semplicemente attraverso il proprio corpo».

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