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Editoriale – 2008-2011: una crisi che cambia continuamente volto

Sembra che un virus mutante abbia aggredito l’economia dei paesi tradizionalmente ricchi. Dal 2008 siamo immersi in una crisi che cambia continuamente volto, che riassume però talora – come sta accadendo adesso – sembianze simili a quelle di periodi precedenti

17 Ott 2011

Tre anni fa, più o meno a quest’epoca, il sistema bancario-finanziario era entrato in una crisi profonda perché pieno di titoli tossici legati ai mutui subprime: fecero seguito il credit crunch e la (almeno in parte) conseguente crisi dell’economia reale. A tre anni di distanza i titoli tossici sembrano essere tornati, ma sono quelli dei debiti sovrani dei Paesi sotto attacco (tra cui purtroppo anche l’Italia).

Le banche, più o meno piene di questi titoli (tra di esse anche molte delle principali francesi e tedesche e di riflesso alcune grandi statunitensi), vedono assottigliarsi il capitale nel momento in cui dovrebbero aumentarlo in vista di Basilea 3 e – avendo scarsa fiducia le une delle altre come al tempo di Lehman – non alimentano a sufficienza il mercato interbancario, creando problemi di liquidità. Esse godono peraltro sempre meno della fiducia degli investitori, per cui fanno fatica a rifinanziare i debiti in scadenza (che nel 2012 assommeranno in Europa a 800 miliardi di euro). Le difficoltà delle banche da un lato si ritorcono sui debiti sovrani, dei cui titoli esse diventano venditrici nette, e dall’altro fanno riapparire lo spettro del credit crunch: che, sommandosi al calo della domanda provocato dall’aggiustamento dei bilanci pubblici, potrebbe portare a una nuova caduta dell’economia reale.

“Unless politicians act more boldly, the world economy will keep heading towards a black hole”, sottotitolava il suo articolo di fondo a fine settembre The Economist.

Sta effettivamente ai politici interrompere la pericolosissima spirale in atto: superando le difficoltà derivanti dal crescente clima di scontento e contestazione nei paesi occidentali e trovando con urgenza un accordo, su chi debba pagare gli oneri della crisi e su quali regole debbano essere stabilite per evitare nuove ricadute. Sta ai politici, attraverso una ri-regolamentazione, indurre a un comportamento meno dissociato il sistema finanziario. Che chiede agli stati allo stesso tempo di puntare al pareggio di bilancio e alla diminuzione del debito, di crescere e – in caso di crisi delle proprie banche – di evitarne il fallimento con immissioni adeguate. Che preferisce usare le sue grandissime disponibilità sul mercato delle scommesse piuttosto che nel sostegno al sistema delle imprese, rendendo più probabili i fallimenti e approfondendo la crisi dei debiti sovrani e delle banche: con ovvi effetti di boomerang nel medio termine.

Il pericolo, in assenza di questo, è una nuova – potenzialmente rovinosa – caduta dell’economia reale nella maggior parte dei paesi ricchi. Che andrebbe ad accentuare ulteriormente, soprattutto nei comparti rivolti alla domanda interna, l’aumento della disoccupazione rispetto alla situazione ante-crisi. Che andrebbe a minare il successo delle non poche imprese che viceversa – anche nel nostro paese – vanno bene, spesso per la loro capacità di esportare e/o di crescere nei mercati emergenti.

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