Intervista

Sanità digitale: la risposta italiana al Covid-19, nell’emergenza e nella ripartenza

Dagli assistenti virtuali in grado di ottimizzare l’autovalutazione alle nuove tecnologie per gestire unità di crisi e abilitare esperienze di telemedicina sono diverse le soluzioni tecnologiche messe in campo negli ultimi mesi. L’intervista a Veronica Jagher, Director Health Western Europe di Microsoft

19 Giu 2020

Paola Capoferro

Con la pandemia da Covid-19 abbiamo vissuto e stiamo vivendo una situazione del tutto inaspettata, che ha messo a dura a prova tutti noi e il nostro Paese. Adesso, dopo il lockdown forzato, ci troviamo in una fase di ripartenza, in cui si stanno delineando i contorni di una “nuova normalità”. Più di ogni altro, a dover fare i conti con quanto è accaduto e sta accadendo è il Sistema Sanitario, coinvolto 24 ore su 24 nella gestione in prima linea dell’emergenza sanitaria da Covid-19. In breve tempo ci si è dovuti attrezzare per sostenere la popolazione italiana, gestire le richieste e le urgenze e garantire una risposta tempestiva. Ne abbiamo parlato con Veronica Jagher, Director Health Western Europe di Microsoft.

Veronica Jagher

Director Health Western Europe di Microsoft

Se potesse sinteticamente raccontare quello che abbiamo vissuto e quello che ci aspetta, quali sono secondo lei gli aspetti principali da mettere a fuoco?

I mesi che abbiamo vissuto parlano di coraggio e intraprendenza. Le strutture sanitarie e i medici italiani si sono trovati a dover affrontare una situazione inaspettata e complessa, e si sono messi in gioco, incondizionatamente, per continuare a erogare ai cittadini il miglior servizio possibile, non solo con i mezzi che avevano a disposizione, ma cercando anche altre strade da percorrere più efficaci ed efficienti.

In questo la tecnologia è stato un importante alleato. Per noi di Microsoft gli scorsi mesi sono stati estremamente sfidanti e anche carichi di motivazione: ci siamo sentiti parte integrante di un meccanismo il cui principale obiettivo era cercare di sostenere le persone e farle stare bene. Ci piace infatti considerarci i Digital First Responder, a fianco dei nostri clienti nell’affrontare l’emergenza.

Dai team centrali a quelli locali dei singoli paesi abbiamo lavorato senza sosta a stretto contatto con i nostri partner, cercando di immaginare, disegnare e implementare soluzioni utili per supportare un mondo che non era pronto a gestire quello che stava succedendo.

In particolare con il Covid-19 la prima domanda che ci si è posti è stata: “Che cosa si può fare per aiutare nell’immediato la Sanità italiana? Come si può supportare i first responder, ovvero gli ospedali e le strutture sanitarie, a garantire la continuità della cura e l’erogazione di servizi di qualità, e al tempo stesso rispondere alle domande dei cittadini?”

Adesso con la ripresa, invece, è arrivato il momento di capire cosa ha funzionato, cosa invece non è andato bene e quali sono i margini di miglioramento.

Che ruolo ha avuto la tecnologia nella fase di emergenza?

Negli scorsi mesi come non mai la trasformazione digitale della Sanità Italiana ha vissuto un’accelerazione, con l’obiettivo di supportare la prevenzione del contagio, le diagnosi del Covid-19 e i nuovi percorsi di cura e, in generale, sgravare le strutture sanitarie dalle attività che si potevano gestire da remoto.

Dagli assistenti virtuali in grado di ottimizzare l’autovalutazione alle nuove tecnologie per gestire unità di crisi e abilitare esperienze di telemedicina sono diverse le soluzioni tecnologiche messe in campo negli ultimi mesi.

Il nostro Healthcare Bot ha per esempio permesso all’Istituto Nazionale Malattie Infettive Spallanzani, all’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata e all’ASL Napoli 3 Sud di rispondere ai diversi quesiti che ponevano i cittadini e i pazienti, aiutandoli a capire come comportarsi per esempio in caso di sospetto Coronavirus e quali precauzioni adottare, in particolare nei casi dei soggetti a rischio.

Il chatbot, basato sulla piattaforma cloud Azure e sull’Intelligenza Artificiale, risponde in modo interattivo alle domande, cosa che ha permesso di ottenere un duplice obiettivo: per le strutture sanitarie e i contact center che nelle fasi inziali sono stati sovraccaricati dalle telefonate delle persone che cercavano informazioni e conferme, e per i pazienti che da un lato non sono più stati costretti a tempi di attesa lunghi prima di avere una risposta, e dall’altro hanno ricevuto un servizio più efficace ed efficiente, sentendosi anche sostenuti in un momento difficile dal punto di vista psicologico. Questo ha inoltre permesso di ridurre gli accessi non necessari alle strutture sanitarie, riducendo così il rischio di contagio.

Ci racconta qualcosa di più sul progetto Healthcare Bot?

Si tratta di un progetto di Microsoft Research, partito circa due anni fa e nato con l’obiettivo di sviluppare sulla nostra piattaforma cloud un chatbot specifico per la sanità, con una terminologia clinica, compliant al GDPR, con template specifici per accelerare il percorso di adozione dei clienti (come ad esempio il bot per la gestione delle prenotazioni, il bot per la gestione dei claim, il bot per il symptom checker, ecc.). Quando è scoppiata l’emergenza Covid il team si è focalizzato sul potenziamento dell’Heatlcare Bot, lavorando con il Providence Hospital (USA) per sviluppare un template specifico per il Covid su una piattaforma “fit for healthcare. Non appena la soluzione è andata live presso il Providence, in concomitanza con il momento in cui l’OMS ha confermato la pandemia da Covid-19, il team Microsoft Research si è attivato per rendere disponibile il chatbot in diverse lingue e supportarne l’implementazione, gratuitamente. Anche i costi per gestire le risorse necessarie in Cloud sono stati assorbiti da Microsoft nelle prime fasi dell’emergenza, per aiutare le strutture che stavano cercando di rispondere ai cittadini in modo tempestivo.

Ci ha parlato anche della telemedicina, che cosa è stato fatto in tal senso?

Come detto, uno dei nostri obiettivi era aiutare i first responder a garantire la continuità delle cure ai pazienti, permettendo loro di proseguire terapie e percorsi di riabilitazione anche a distanza. In tal senso, è stato sicuramente d’aiuto poter ricorrere a strumenti di collaborazione e condivisione come la piattaforma Microsoft Teams, compliant e sicura.

Un caso emblematico è quello dell’Istituto Neurologico Carlo Besta, che ha in cura pazienti che devono essere seguiti in modo costante e continuativo, che ha deciso di puntare sulla nostra soluzione Cloud per abilitare un programma articolato di telemedicina, e gestire tutte le comunicazioni con i pazienti in follow up in un ambiente integrato che consente l’interazione audio-video per visite virtuali e lo scambio di documenti clinici in tempo reale e in sicurezza. Inoltre L’Istituto sta integrando Teams nel sistema di prenotazioni ospedaliero per permettere allo staff amministrativo e ai medici di proporre sempre una doppia opzione nel pianificare una visita, fisica o virtuale: quando il paziente opta per la modalità virtuale, viene inviata una mail con il link a cui collegarsi e un successivo reminder.

Il caso del Besta è significativo perché dimostra anche che adottare questo tipo di strumenti comporta un risparmio di costi per il paziente, che non ha più la necessità di doversi spostare: il bacino di utenti del neurologico infatti arriva nel 60% da fuori regione. La struttura dal canto suo beneficia del fatto che si riducono, ad esempio, i casi dei “not-show”, ovvero dei cittadini che non si presentano all’appuntamento fissato e che comunque comportano un costo e un mancato utilizzo delle risorse.

Anche il San Giovanni Addolorata si è poi avvalso dell’utilizzo della piattaforma cloud Microsoft Teams per supportare l’attività dell’Unità di Crisi attivata per gestire l’epidemia, una task force di 24 dirigenti sanitari e amministrativi che si confrontano ogni giorno attraverso riunioni online per decidere come affrontare la situazione e programmare le attività. Non solo, grazie a Microsoft Teams, è stato avviato il Telenursing (per seguire a distanza i pazienti che risultati negativi a un primo tampone e in attesa di sottoporsi al secondo devono rientrare a casa) e l’esperienza di TeleMidwifery, con cui un gruppo di ostetriche restano in contatto virtuale con le future mamme, dando seguito al corso di preparazione al parto in videoconferenza.

L’Asl Napoli 3 invece sta utilizzando Skype, per portare avanti i percorsi di cura e riabilitazione. In particolare, un team di logopedisti sta proseguendo l’attività con i piccoli pazienti che si collegano da casa e un team di psichiatri sta dando continuità alle terapie attraverso video-sedute con i pazienti.

Guardando al mondo dei medici di medicina generale, il nostro partner Ippocrate ha sviluppato un’applicazione su Teams che permettere di mantenere il contatto con i pazienti, senza la necessità di doversi incontrare in studio.

E adesso nella fase di ripresa quali saranno gli elementi d’attenzione, su cosa bisognerà concentrare gli sforzi?

Guardando con attenzione a quanto è accaduto, dal confronto con il San Raffaele di Milano, e in particolare con i professori Carlo Tacchetti e Antonio Esposito, entrambi docenti dell’Università Vita-Salute San Raffaele (rispettivamente direttore e vice-direttore del Centro di Imaging Sperimentale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, ndr), è emerso che nella Fase 1 non si sono potute identificare correttamente e con anticipo le persone più fragili tra i pazienti con i primi sintomi della malattia. Questo perché non è stato possibile utilizzare i dati clinici raccolti per fare la segmentazione dei pazienti sulla classe di rischio: non siamo riusciti a valorizzare il patrimonio informativo che abbiamo per capire se il paziente positivo doveva essere tenuto in ospedale o poteva andare a casa in quarantena. Per assegnare una classe di rischio è necessario avere la capacità di mettere insieme tutti i dati che riguardano il cittadino, raccolti nel tempo, comprese le patologie pregresse, gli esami diagnostici, gli esami di laboratori, il profilo genetico. Ci sono infatti dei marcatori che danno delle informazioni importanti per prendere una decisione. Non essere riusciti a mettere a fattor comune tutte queste informazioni è stata sicuramente una lacuna.

Partendo da queste considerazioni ha preso forma il progetto AI-SCoRE portato avanti proprio con il San Raffaele ed NVIDIA. Si tratta di una piattaforma di apprendimento autonomo in grado di calcolare per ogni individuo – sulla base di una serie di indicatori clinici e diagnostici – la probabilità di sviluppare le forme più gravi di Covid-19, permettendo così interventi sanitari mirati e tempestivi e riducendo l’impatto sul sistema sanitario.

Rispetto a quanto è accaduto in Sanità nei primi mesi del Covid-19 direi che la principale lesson learned è che le tecnologie digitali hanno dimostrato di essere un valido alleato in tutti i processi di prevenzione, accesso, cura e assistenza dei pazienti, contribuendo ad assicurare equità nell’accesso alle cure e sostenibilità del sistema. È tuttavia evidente che i maggiori benefici per il sistema sanitario, e per tutti noi cittadini, deriveranno dalla possibilità di mettere a fattor comune i dati per estrarre delle intelligenze e supportare i processi decisionali: è proprio questo l’aspetto nevralgico su cui puntare nella nuova fase di ripresa. Ricordandosi che non si può lavorare per compartimenti stagni, perché altrimenti si perde di vista il disegno generale. E di condivisione. Per esempio, un algoritmo di machine learning per poter essere considerato utile in Sanità deve passare diversi step di validazione esterna: viene sviluppato da una struttura ospedaliera, lo si addestra sui dati raccolti nell’arco di un certo lasso di tempo, ma poi è necessario farlo validare da altre strutture. È quindi necessario creare un ecosistema, che coinvolta strutture e dipartimenti non solo a livello paese, ma anche a livello europeo. Già da tempo, in Europa, si sta lavorando proprio sui dati e sull’Intelligenza Artificiale, cercando di capire come mettere insieme l’etica, l’AI “responsabile” (che tratti i cittadini in egual modo), e il rispetto della privacy. Rispetto a quest’ultimo punto esistono tecnologie avanzate di differential privacy e confidential computing che permettono di analizzare e condividere i dati mantenendo la privacy. Proprio questo potrebbe dare un boost alla ricerca, senza però andare a minare il fondamentale diritto di privacy di ogni cittadino.

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