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Intervista

Dalle startup nuova energia per far crescere l’Italia

Per creare posti di lavoro, far emergere i talenti e stimolare l’economia è sempre più necessario favorire la nascita e lo sviluppo di imprese innovative nel Paese, grazie all’impegno di tutti: investitori, mondo politico, università, imprese, media. Andrea Rangone, Responsabile degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano: «Si sta innescando un circolo virtuoso, che mi lascia ben sperare per il prossimo decennio. Iniziamo a vedere risultati positivi in tutte le fasi del ciclo di vita delle startup»

03 Nov 2014

Manuela Gianni

Anno dopo anno, cresce in Italia la cultura dell’imprenditorialità come ricetta anticrisi, e prende forma un ecosistema in grado di aiutare i nostri giovani talenti a dare concretezza alla loro idea di business e a svilupparla. Certo, si potrebbe fare molto di più, ma sono ormai tante le storie che raccontano che è possibile, già oggi, e nonostante tutte le difficoltà: italiani brillanti che hanno saputo creare una startup di successo e realizzare un sogno, quello di farla diventare protagonista di un exit milionaria.

È una grande occasione che il nostro Paese deve cogliere per sostenere lo sviluppo economico e creare nuova occupazione. Ne è fortemente convinto Andrea Rangone, Responsabile degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano e Consigliere di Italia Startup, da diversi anni impegnato in prima linea nel diffondere la cultura imprenditoriale nel Paese e nel dare supporto concreto a tanti aspiranti imprenditori, in particolare nel mondo hi-tech.

Andrea Rangone

Amministratore Delegato di Digital360

Professor Rangone, perché tanta attenzione verso le startup, in un contesto di crisi economica come quello che sta attraversando il nostro Paese?
È ormai noto che nelle economie mature come l’Italia una componente consistente della crescita del Pil e dell’occupazione è legata alla nascita e allo sviluppo delle nuove imprese: c’è ormai un’ampia letteratura che lo conferma. Per questo, se vogliamo invertire il trend è assolutamente necessaria la diffusione di una cultura imprenditoriale e una maggiore sensibilizzazione verso il mondo delle startup. Le grandi imprese italiane e le multinazionali, su cui ci siamo concentrati negli ultimi decenni, oggi stanno disinvestendo dall’Italia, e la nostra PA, con il suo indotto parastatale, è ingessata. La disoccupazione giovanile ha raggiunto il record storico del 40%, ed è chiaro che dare una chance ai giovani diventa un fattore prioritario per tutto il sistema.

Sono convinto che ci sia un potenziale incredibile: vedo tanta energia nei giovani, intraprendenza, competenze, creatività. Dobbiamo liberare questo potenziale, motivare i talenti a mettersi in gioco. La storia del nostro Paese dimostra chiaramente come è proprio grazie all’imprenditorialità diffusa che siamo riusciti nel secolo scorso a diventare una grande economia mondiale, creando il nostro tessuto economico-produttivo fatto da una miriade di PMI. Sostenere le startup innovative significa anche gettare le basi per un nuovo Made in Italy in grado di diffondere all’estero l’immagine di un’Italia capace di produrre eccellenze.

Rispetto agli anni passati, in cui startup e Internet erano diventati quasi sinonimo di miraggio, in particolare dopo lo scoppio della Bolla della new economy tra il 1998 e il 2000, oggi mi sembra di vedere un’inversione di tendenza, la nascita di un nuovo circolo virtuoso, che mi lascia ben sperare per il prossimo decennio.

Cosa la fa essere ottimista, in particolare?
Vedo diversi elementi positivi, che insieme stanno contribuendo alla nascita di un ecosistema delle startup, un terreno fertile su cui far crescere nuove iniziative. Innanzitutto c’è una maggiore sensibilità a livello politico. Con il Decreto Crescita 2.0, in particolare, in questi mesi abbiamo fatto molta strada: i giovani che oggi vogliono mettere in piedi un’impresa innovativa iniziano ad avere un percorso più semplice a livello normativo e burocratico e sono disponibili incentivazioni fiscali per spingere gli investimenti sia dei privati che delle imprese. Il governo ha finalmente chiaro che sostenere le startup e sviluppare nuova imprenditorialità innovativa significa fare politica industriale a tutto tondo e dare impulso all’intero sistema economico. Sappiamo che bisogna fare i conti con importanti vincoli di natura finanziaria, e che è difficile immaginare forti finanziamenti pubblici diretti. Ma è importante almeno proseguire in questa azione tesa a sburocratizzare e defiscalizzare per consentire a questa energia positiva, che si percepisce nel nostro Paese, di scorrere e concretizzarsi.

Un altro segnale positivo viene dalle imprese tradizionali. In un periodo di forte trasformazione come quello che stiamo vivendo, avviare percorsi di innovazione è un imperativo e vedo tante importanti realtà italiane che hanno capito l’importanza dell’open innovation e hanno aperto una finestra verso il mondo delle startup hi-tech, ad esempio attraverso la partecipazione a iniziative di scouting o la realizzazione di “call for ideas” che poi premiano le migliori proposte emerse.

Negli ultimi mesi è anche molto cresciuta l’offerta formativa sui temi dell’imprenditorialità. Vedo un maggiore orientamento di tutto il sistema educativo, in particolare universitario e post-universitario, verso percorsi formativi – che sono anche percorsi culturali – in grado di fornire ai giovani più strumenti per intraprendere la via imprenditoriale. E vedo una maggiore attenzione dei media verso le start up, un elemento importante che spinge l’innalzamento culturale, dal basso, nel Paese.

Infine, ma non per importanza credo che gli investitori istituzionali, i venture capital, insieme agli incubatori privati e pubblici, stiano facendo un ottimo lavoro. Tutto questo contribuisce a creare un ecosistema, e mi pare che ci siano le condizioni al contorno perché si inneschi un circolo virtuoso.

Ma ci vorrà ancora tempo per avere risultati numericamente importanti: purtroppo ancora non si vedono dati significativi e i benchmark internazionali ci posizionano fanalino di coda. Gli investimenti nelle startup in Italia nel 2013 sono stati intorno a 100 milioni di euro per un centinaio di iniziative, secondo l’Osservatorio Startup promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e ItaliaStartup realizzato con il supporto istituzionale dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE). Davvero troppo poco, non solo rispetto alla Francia o alla Germania: anche la Spagna investe di più.

Nonostante il clima poco favorevole, in questi ultimi anni sono diverse le startup di successo nate dall’intuizione di brillanti giovani imprenditori italiani. Cosa emerge dal vostro Osservatorio?
Ci sono oramai diversi esempi che dimostrano chiaramente come anche in Italia si possono creare startup di successo a livello internazionale, in particolare nel mondo del digitale, che è il settore in maggiore crescita. Fa piacere constatare una dinamica positiva in tutte le fasi del ciclo di vita di una startup, dalla sua nascita fino alla maturità e poi all’exit. Iniziano a vedersi finanziamenti significativi verso le “giovani leve” italiane più promettenti: fra le operazioni recenti più significative c’è ad esempio il finanziamento di 5,3 milioni di euro di Comprameglio, da un fondo di private equity inglese e da business angels stranieri, o quello da 10 milioni verso Facilitylive, o ancora Cloud4wi, che ha ottenuto 3 milioni da United Venture (clicca qui per una descrizione delle startup).

Ci sono poi diverse startup che sono cresciute in modo significativo negli ultimi anni, e ora iniziano a mostrare risultati concreti in termini di fatturato: è il caso di Decysion, che in Italia ha fatturato 5,4 milioni di euro nel 2013, o Beintoo, che è rapidamente arrivata a quota 2,7 milioni. Ma sono solo alcune delle nuove “leve” che stanno ottenendo risultati notevoli. E naturalmente ci sono le aziende che hanno già raggiunto il successo e superato il traguardo dell’exit: JobRapido, nata nel 2006 e ceduta all’editore Daily mail per un valore complessivo di circa 60 milioni di euro, oppure EOS (Ethical Ontology Science), un’altra realtà frutto dell’ingegno italiano, acquisita da Clovis Oncology per 331 milioni di euro.

Gli Osservatori del Politecnico di Milano insieme a Italia Startup e con il supporto istituzionale del Ministero dello Sviluppo Economico, un anno fa hanno avviato il progetto “The Italian Startup Ecosystem: Who’s Who”. In cosa consiste e quali sono gli obiettivi?
È un’iniziativa che si pone l’obiettivo di presentare sia al sistema politico-economico nazionale sia agli interlocutori internazionali una fotografia continuamente aggiornata dei principali attori dell’ecosistema delle startup nel nostro Paese. È la prima mappatura del settore mai effettuata in Italia e ne è emerso un quadro sorprendente, sicuramente poco noto: sono state recensite oltre 1200 startup innovative in Italia, fra cui oltre 100 quelle hi-tech finanziate. Quasi 100 sono gli incubatori e acceleratori, 32 gli investitori istituzionali (6 pubblici e 26 privati), 40 i parchi scientifici e tecnologici, 65 spazi di coworking e 33 le competizioni dedicate alle startup. Le startup innovative sono per il 50% localizzate al nord, per il 36% al centro e per il 14% al sud. È un punto di partenza, che vuole dare alle startup italiane la possibilità di essere più visibili agli investitori, in una logica di attrazione dei capitali esteri.

Il ruolo delle università in questo scenario appare molto importante, in particolare nel mondo hitech. Quali iniziative sta portando avanti il Politecnico di Milano?
Le università devono e possono giocare un ruolo fondamentale: le startup non nascono solo nei garage ma anche nelle aule, e il Politecnico sta facendo la sua parte. Abbiamo avviato diverse iniziative. La prima, attiva già da due anni, è lo Start-up Program, il programma culturale del MIP Politecnico di Milano volto a supportare Start-upper, Imprenditori ed executive nello sviluppo di progetti imprenditoriali. È un corso che stimola i partecipanti a mettere a punto il proprio progetto imprenditoriale attraverso strumenti e metodologie ad hoc, contribuendo allo sviluppo e al potenziamento dei “soft skill” rilevanti: innovazione, leadership, negoziazione e gestione dei conflitti, capacità di comunicazione e motivazione, empowerment, ecc…

Non si tratta solo di lezioni frontali con i docenti: abbiamo organizzato in questi anni decine di incontri con imprenditori, Venture Capitalist e Business Angels. C’è poi l’attività di Ricerca, attraverso l’Osservatorio Startup che ho citato prima, che si pone l’obiettivo di contribuire ad una migliore comprensione delle dinamiche imprenditoriali e dello scenario delle startup in Italia. Sempre due anni fa è nato, poi, il Polihub, un progetto lanciato dalla fondazione Politecnico di Milano, volto a creare un vero e proprio distretto di startup particolarmente innovative nel campus Bovisa.

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