Una ripresa debole, apparentemente destinata a restare tale per la presenza di ragioni strutturali accanto a quelle più strettamente congiunturali. È corretta l’analisi dominante in questo particolare momento? Prevedere il futuro è un mestiere sempre estremamente difficile, anche per l’imprevedibilità di eventi – si pensi alle Twin Towers – che possono sovvertire in pochi istanti trend apparentemente incontrovertibili. Ma, almeno sul piano della razionalità, mi sembra che le previsioni viste sopra non siano prive di fondamenti.
– l’economia reale non gode più di quell’”effetto droga” che le derivava dalla facilità a tutti i livelli di ottenere danaro a bassi tassi di interesse;
– è tuttora incombente il peso degli squilibri finanziari di molti soggetti (famiglie, imprese, banche e istituzioni finanziarie, Stati, etc.) – nati dalla crisi o (se maturati prima) resi critici dalla crisi – con ricadute rilevanti sui loro comportamenti.
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LA CESSAZIONE DELL’EFFETTO DROGA
La politica dei bassi tassi di interesse dell’era Greenspan, messa in atto per ridurre l’impatto sull’economia dello scoppio della bolla Internet e dello shock conseguente all’attentato alle Twin Towers, e insieme con essa – con un effetto moltiplicatore – l’uso disinvolto della leva da parte di molte istituzioni bancarie e finanziarie, hanno rappresentato per diversi anni non solo un potente incentivo allo sviluppo della cosiddetta finanza innovativa, ma anche una sorta di droga per l’economia reale.
IL PESO ANCORA INCOMBENTE DEGLI SQUILIBRI FINANZIARI
Come risultato, nella situazione attuale i soldi non mancano – anzi ne girano forse troppi – ma molto spesso non sono nei posti giusti rispetto alle esigenze di ripresa. È critica la situazione finanziaria di molte imprese operanti nel sistema reale, a seguito delle cadute prolungate della domanda, e alcune di esse sono fallite o appaiono prossime al fallimento. È critica la situazione finanziaria di diverse banche, per ragioni differenti: alcune si stanno ancora leccando le ferite provocate dai loro azzardi su quello che io chiamo il mercato delle scommesse (credit default swaps, etc.) e per riprendersi più velocemente hanno ripreso a giocare; altre, più impegnate nel finanziamento del sistema reale, vedono accrescersi i livelli delle sofferenze in parallelo con le difficoltà o il fallimento delle imprese clienti.
IL TIMORE DEL DOUBLE DIP
Uno scenario che sembra sventato al momento del licenziamento di questo testo – per il grandioso piano di difesa (750 miliardi di euro) messo in atto dall’UE e dal Fondo Monetario Internazionale – che potrebbe però ripresentarsi se non verranno introdotte nuove regole per i mercati finanziari e soprattutto se non si correggeranno strutturalmente quegli squilibri pubblici e privati su cui i mercati giocano.
I NUOVI EQUILIBRI
È il caso degli equilibri politici ed economicofinanziari internazionali. La crisi ha fatto giustizia della visione del mondo, nata soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino:
– che vedeva l’Occidente (Giappone incluso), sotto la guida degli Stati Uniti, in posizione di assoluta leadership in un contesto in rapida globalizzazione per l’abbattimento (con un qualche riflesso negativo per il nostro Paese) delle barriere doganali;
– che prevedeva una divisione netta del lavoro, fra i Paesi tradizionalmente ricchi e quelli più popolosi, come la Cina e l’India, caratterizzati da un costo del lavoro molto minore: riservando ai primi i ruoli più nobili (finanza, R&D, concezione e progettazione innovativa dei prodotti, etc.) e ai secondi quelli di bassa manovalanza.
I CORRETTIVI STRUTTURALI
IL CASO ITALIA
L’Italia ha il vantaggio – rispetto a questi casi (citati come esempio tra i tanti possibili) – di non aver dovuto provvedere al salvataggio delle sue principali banche e assicurazioni, di presentare un livello di indebitamento delle famiglie molto contenuto, di non correre il rischio dello scoppio di bolle della portata di quella edilizia spagnola (anche se qualche bollicina potrebbe scoppiare pure da noi), di aver maturato negli anni una maggiore capacità di controllo del rapporto deficit/PIL.









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