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Scenari

CIO italiani cauti sul Cloud, ma spuntano i Chief Digital Officer

I responsabili IT del nostro Paese cercano di bilanciare efficienza e innovazione in un budget che continua a contrarsi, mostrando rispetto ai colleghi esteri anche più propensione al “reinsourcing” e allo sviluppo “agile”. Otto aziende su 100 hanno già una figura incaricata di digitalizzare i processi, ma per ora con raggio d’azione limitato. I responsi dello spaccato italiano della 2014 Gartner CIO Agenda Survey

28 Apr 2014

Daniele Lazzarin

I CIO italiani stanno cercando di bilanciare efficienza e innovazione in un budget IT che continua a contrarsi, seppure di poco, e mostrano rispetto ai colleghi esteri una maggiore prudenza verso il Public Cloud, e una minor propensione ad aumentare ancora il ricorso all’outsourcing. Nel frattempo uno su due sta sperimentando approcci avanzati di gestione dell’IT (soprattutto di sviluppo software “agile”) a fianco di quelli tradizionali, e quasi uno su 10 si trova ad avere a che fare (o ha assunto lui/lei stesso/a il ruolo) con una figura di “Chief Digital Officer”, che però ha un raggio d’azione raramente al di là dell’ambito vendite/marketing.

Questo in estrema sintesi è il ritratto del CIO italiano che emerge dalla 2014 Gartner CIO Agenda Survey, basata su interviste a 2339 CIO e decisori in ambito IT di 77 Paesi, di cui 74 italiani. La conclusione generale dell’indagine di quest’anno, scrive Gartner, è che i CIO in tutto il mondo si pongono due obiettivi fondamentali e complementari. Il primo, più tradizionale e in continuità con gli anni precedenti, è rispondere alle esigenze di efficienza e crescita rinnovando il nucleo di base dell’IT aziendale. Il secondo, profondamente nuovo, è affrontare le radicali trasformazioni che la rivoluzione digitale sta provocando nei modelli di business e nelle strutture stesse di moltissimi settori. Una sfida, quest’ultima, che in un modo o nell’altro può influire in modo decisivo sulla carriera stessa del CIO, che sta reagendo tra le altre cose con uno “sdoppiamento” delle modalità di lavoro della funzione IT (“bimodal capacity”), come vedremo più avanti.

Quanto all’Italia, lo scenario macroeconomico lo conosciamo tutti: la crescita prevista del PIL sarà minima e minore della media europea, dopo le forti contrazioni degli scorsi due anni, l’accesso al credito rimane difficile, il tasso di disoccupazione molto alto e la situazione politica non ancora stabile, anche se in miglioramento. Tutto questo, scrive Gartner nello “spaccato” italiano della 2014 Gartner CIO Agenda Survey, si riflette sui budget IT, che secondo l’indagine in Italia nel 2014 si sono contratti di un ulteriore 1,2% medio rispetto al 2013, contro una lievissima crescita (+0,2%) del dato medio mondiale.

In pratica solo un CIO italiano su 4 si è visto aumentare il budget rispetto al 2013 (la media mondiale è del 43%), mentre circa il 31% dei CIO italiani (contro il 17% a livello globale) ha meno risorse dell’anno scorso. Un altro dato interessante – ma in linea con la media mondiale – è che il 26% degli investimenti IT aziendali non è sotto il controllo del CIO: un 8% viene speso dal marketing, il resto dalle altre funzioni.

L’Italia – commenta Gartner – è tradizionalmente un’economia “a due velocità”, con settori molto dinamici come retail e consumer goods, e altri molto prudenti e avversi al rischio come il pubblico e i produttori di macchine industriali, e gli andamenti settoriali dei budget IT confermano ancora una volta questa particolarità italiana.

La ricerca rileva in molti settori della nostra economia un forte interesse per la digitalizzazione del business, che si sta concretizzando nell’istituzione formale di una figura di Chief Digital Officer (CDO) nell’8,2% delle organizzazioni italiane intervistate: un dato più alto della media mondiale (6,6%). Un esempio italiano citato esplicitamente da Gartner è Miroglio, il gruppo di abbigliamento e tessuti che ha attribuito al CIO Gianni Leone anche la carica appunto di CDO. In gran parte dei casi però, il CDO italiano ha un ambito d’azione ristretto alle attività e processi relativi ad alcune funzioni, soprattutto vendite e marketing.

Scendendo nel dettaglio delle priorità d’investimento tecnologico, i CIO italiani sono del tutto in linea con i loro colleghi all’estero, dimostrando un approccio in equilibrio tra la ricerca dell’innovazione, e il rinnovamento del nucleo (core) dell’IT aziendale. Le prime cinque priorità in Italia – BI/Analytics, Infrastructure & Data Center, Mobile, ERP e Cloud Computing – sono le stesse della graduatoria mondiale, mentre le seguenti tre si differenziano. In Italia sono nell’ordine Digitalization, CRM, e soluzioni verticali; a livello globale troviamo Networking & Communications, Digitalization, e Sicurezza.

Fare in modo che l’infrastruttura IT, le reti, le applicazioni critiche (ERP e soluzioni verticali) e i sistemi di sicurezza siano pronti per la digitalizzazione del business, è importante tanto quanto il saper sfruttare le opportunità innovative offerte dalle tecnologie BI/Analytics, Cloud, Digital Marketing e CRM, scrive Gartner. «Per gestire con successo questo doppio focus, i CIO italiani mantengono alta la priorità degli investimenti nell’IT Infrastructure, ma dovrebbero dedicare molta più attenzione alle soluzioni di sicurezza per arrivare ai livelli dei loro colleghi degli altri Paesi».

Per quanto riguarda il Public Cloud, come accennato all’inizio i CIO italiani dimostrano molta più prudenza rispetto al resto del mondo: solo il 15% delle nostre imprese ha fatto “significativi investimenti” in questo campo (il 55% dei quali su soluzioni SaaS, il 36% in ambito IaaS, il 9% in campo PaaS), contro una media mondiale del 25%. Anche se i benefici potenziali del Cloud in termini di risparmi di costo, maggiore agilità e spinta all’innovazione non sono messi in dubbio, in Italia più che in altri Paesi pesano ancora molto le preoccupazioni sul rispetto delle leggi sulla privacy nella gestione dei dati, e sull’inadeguatezza del quadro normativo, nonché la convinzione che l’offerta di soluzioni Cloud sul mercato sia ancora immatura, con l’eccezione di alcuni ambiti di software-as-a-service ormai largamente sperimentati e consolidati.

Molto interessanti anche i responsi sull’outsourcing. Al momento in Italia un CIO su quattro (24%) presidia un contesto di sistemi IT largamente o totalmente gestiti da terze parti (contro il 10% a livello globale), mentre il 19% è nella situazione opposta, con gestione largamente o completamente interna (la media mondiale è del 27%). Il 70% però prevede che tra 2-3 anni si troverà in una situazione diversa, dove la spinta a esternalizzare ancora è minore che negli altri Paesi.

Importanti iniziative di “re-insourcing”, cioè di ritorno all’interno di attività già affidate a terzi, spiega Gartner, sono il segnale che un’alta percentuale di CIO italiani sta progettando una significativa riduzione dell’uso di risorse esterne nel tempo. «L’obiettivo è quello di arrivare a un equilibrio più maturo dell’uso delle risorse e capacità interne rispetto a quelle esterne, per evitare i rischi di financial lock-in rispetto ai fornitori, perdita di controllo e di competenze, e scarsa agilità».

Infine la “capacità bimodale”: il 53% dei CIO italiani sta sperimentando un secondo approccio di gestione delle operazioni IT innovativo, non lineare e più orientato al rischio per essere più veloce, a fianco di quello tradizionale. Quest’alta percentuale rispetto alla media mondiale (45%) rivela un buon interesse dei CIO italiani specialmente per le metodologie “agile” di sviluppo del software, ma anche – in misura però molto meno frequente – per altri modelli avanzati come la creazione di team multidisciplinari con riporto al di fuori dell’IT, il forte ricorso al crowdsourcing, e l’alleanza con piccole aziende o laboratori fortemente innovativi per lo sviluppo delle soluzioni.

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