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Gli innumerevoli ambiti di utilizzo del Design Thinking

L'innovazione digitale ha portato alla ribalta il Design Thinking, la metodologia che combina tecniche quantitative e pensiero intuitivo, trasformandola profondamente rispetto alla formulazione originaria. Gli utilizzatori negli ultimi anni si sono moltiplicati, in differenti contesti d'uso. Progettazione di User Experience, startup, formazione, e consulenza per la Digital Transformation sono i più promettenti, secondo gli esperti del Politecnico di Milano

Il Design Thinking è un approccio all’innovazione che si basa sulla capacità di integrare sapientemente capacità analitiche ad attitudini creative. Fare innovazione grazie al Design Thinking vuol dire combinare metodologie e tecniche quantitative a processi di inferenza maggiormente sintetici e intuitivi. Nonostante il Design Thinking non rappresenti un approccio di per sé completamente nuovo, negli ultimi 10 anni ha subito innumerevoli trasformazioni che, se da un lato hanno reso sempre più difficile definirlo in modo preciso, dall’altro lo hanno reso interessante a un insieme crescente di attori al di fuori del mondo del design. L’avvento del digitale, nelle sue diverse declinazioni, ha accelerato tale fenomeno e abilitato ulteriori trasformazioni del Design Thinking. L’Osservatorio che dirigiamo studia nel dettaglio tali trasformazioni. Nel resto dell’articolo tratteggiamo quelle su cui prevediamo si registrerà maggior fermento nei prossimi 12 mesi.

Design Thinking e Digital Experience

La pervasività del digitale nella nostra vita quotidiana ha progressivamente richiesto forti attenzioni e una competenza specifica nella progettazione di soluzioni digitali che non fossero unicamente funzionali ed efficaci, ma anche piacevoli ed ingaggianti. L’attitudine, alla base del Design Thinking, di miscelare opportunamente pensiero analitico e intuitivo è sembrata da subito una buona leva per affrontare queste sfide. Diverse Design Agency come Frog Design o Fjord hanno così sfruttato le proprie competenze per affrontare in maniera originale le sfide e le necessità proposte dalla progettazione di esperienze digitali. Altre realtà – tipicamente più piccole, nate direttamente nell’era digitale e specializzate nella progettazione di User Experience e User Interface (UX/UI) digitali – hanno da subito basato le proprie competenze sul Design Thinking. Basti pensare a Caffeina o Gaia. Ci aspettiamo che nei prossimi 12 mesi crescerà l’interesse e la competizione nell’offerta di soluzioni di Design Thinking per un’efficace progettazione di esperienze digitali.

Design Thinking e Digital Startup

Le sinergie e le affinità con l’approccio Lean Startup hanno consentito al Design Thinking di divenire un punto di riferimento per imprese nascenti, in particolare in ambito digitale. In tal senso la pubblicazione del libro di Jake Knapp, di Google Ventures, evidenzia la potenzialità dell’approccio nell’accompagnare la progettazione e il lancio di startup. La metodologia Design Sprint viene infatti proposta come la sintesi tra Design Thinking e Lean Startup: in occasione del lancio del libro, Google Ventures organizza un’interessante video intervista  tra Tim Brown, autore di “Change by Design”, Eric Ries, autore di “The Lean Startup”, e Knapp. Nel corso dell’intervista, i tre autori evidenziano come l’attitudine a iterare fasi divergenti e convergenti, oltre che la capacità di prototipare velocemente delle soluzioni, costituiscano elementi comuni in tutti e tre gli approcci. È ragionevole attendersi che nei prossimi mesi un numero crescente di startup, ed in particolare quelle digitali, adotteranno l’approccio Design Thinking al fine di governare in maniera strutturata sia il processo di creazione che quello di crescita.

Design Thinking e Digital Transformation

La pervasività della trasformazione digitale non incide solamente sui prodotti e i servizi offerti dalle imprese più all’avanguardia, ma richiede un ripensamento radicale dei processi e delle strutture organizzative con cui tali prodotti e servizi sono progettati, realizzati e distribuiti. L’interesse delle società di consulenza direzionale e dei grandi sviluppatori software nei confronti del Design Thinking evidenzia come tale approccio possa supportare in maniera inclusiva ed empatica trasformazioni di natura organizzativa molto delicate. Realtà quali Deloitte Digital piuttosto che gli Experience Centre di PwC evidenziano una dinamica evolutiva del Design Thinking in tale direzione. Come evidenziato da un articolo di TechCrunch apparso lo scorso 31 Maggio, numerose aziende high-tech, negli ultimi 5 anni, hanno significativamente investito nelle potenzialità del design per riprogettare il loro modo di lavorare: IBM ha modificato il rapporto tra designer e sviluppatori da 1:72 a 1:8, Dropbox da 1:10 a 1:6 e LinkedIn 1:11 a 1:8. Prevediamo che nei prossimi 12 mesi si continuerà a registrare un crescente impiego di design thinkers a supporto di riprogettazioni organizzative.

Design Thinking e Digital Learning

Il Design Thinking sta inoltre approcciando anche il mondo della formazione, a differenti livelli e secondo differenti interpretazioni. Se nelle Business School il Design Thinking sta diventando un argomento quasi imprescindibile, come sostenuto in un articolo apparso su Financial Times lo scorso 22 Giugno, cominciano ad apparire le prime sperimentazioni nell’adozione di tale approccio anche nell’ambito delle scuole elementari, in relazione alla capacità di risolvere creativamente dei problemi complessi. Per esempio IDEO, società di consulenza leader nell’ambito del Design Thinking, ha sviluppato una piattaforma per supportare insegnanti impegnati in diversi contesti formativi nell’adozione di tale paradigma. Nei prossimi mesi è preventivabile un ulteriore diffusione di tale paradigma a differenti livelli del sistema educativo al fine di promuovere da un lato l’attitudine creativa e dall’altro la capacità analitica.

* Claudio Dell’Era, Luca Gastaldi e Cabirio Cautela, Direttori dell’Osservatorio Digital Thinking for Business del Politecnico di Milano


TAG: design thinking, digital learning, Politecnico di Milano, osservatori


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