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Editoriale

Alla ricerca di antidoti strutturali per contrastare la crisi

I momenti di profonda crisi, come l’attuale, stimolano una domanda di fondo: è ancora in grado il capitalismo, di giustificare la sua esistenza con la capacità di “far diventare più grande la torta”?

01 Feb 2012

Umberto Bertelè

I momenti di profonda crisi, come l’attuale, stimolano una domanda di fondo: è ancora in grado il capitalismo, nella forma assunta nell’ultimo trentennio, di giustificare la sua esistenza con la capacità di “far diventare più grande la torta” e distribuire “fette più grandi” a molti? Oppure è diventato un meccanismo che dirotta “fette più grandi” di una “torta sempre più piccola” verso pochi?

È più o meno l’interrogativo che si pone in questo numero il premio Nobel Joseph Stiglitz, che ritiene che “riuscire a controllare la finanza sia importante, ma non basti per tornare a crescere”, che “se continuiamo a tagliare e salvare senza spendere, ridurremo la nostra domanda” invece che crescere, che “in Europa il problema sia più grande, dato che con la creazione della moneta unica sono state tolte [senza sostituirle] le misure di regolazione [quali] tasso d’interesse e cambio”, che “l’austerità peggiorerà la situazione in Europa e Usa e la politica dovrebbe concentrarsi (mentre purtroppo non sta andando in questa direzione) su infrastrutture, istruzione, tecnologia ecc.”.

La tecnologia come antidoto alla crisi è il tema dominante della cover story. L’Italia deve investire nelle reti di nuova generazione, per mantenersi competitiva. L’Italia deve impegnarsi nel processo di trasformare radicalmente l’organizzazione e i servizi della PA attraverso corpose iniezioni di ICT: superando le fortissime resistenze di chi teme (a ragione) che una maggiore efficienza e trasparenza e una conseguente minore discrezionalità porterebbero a una (auspicabile) perdita di potere. I vantaggi a regime, estremamente consistenti (Andrea Rangone stima che potrebbero arrivare a 43 miliardi annui), sarebbero equamente suddivisi fra minori costi per la PA e per le imprese (liberate di obblighi amministrativi spesso superflui o inutili).

Le imprese dovrebbero ristrutturarsi anch’esse investendo in ICT, come una parte – non a caso spesso quelle con i risultati più brillanti – ha fatto in questi anni. Gli ostacoli sono culturali e finanziari: il forte timore da un lato di avventurarsi in terreni sconosciuti, e la scarsa percezione delle potenzialità; l’esitazione dall’altro a investire, in una congiuntura dominata dall’incertezza (e dalla conseguente propensione a tenere “fieno in cascina”), dal credit crunch e dalla scarsità degli incentivi pubblici. Con una strada possibile, in attesa di tempi migliori: orientare le imprese a intraprendere l’informatizzazione partendo dai progetti a ritorno più rapido e certo.

Il problema di trovare antidoti strutturali alla crisi è anche al centro dell’intervista di Alberto Meomartini, presidente di Assolombarda, che lancia un messaggio forte. Per liberare il sistema Italia dalle numerosissime incrostazioni che gli tolgono slancio, non solo va riformata profondamente la PA , ma deve essere rimodulato il flusso di contributi attualmente erogati alle imprese ai titoli più vari: azzerandone molti ed evitando di prolungare l’agonia delle imprese morenti.

Devono fare scuola le imprese cresciute, senza incentivi, durante la crisi: che hanno avuto il coraggio di investire mantenendo però una buona capitalizzazione; che hanno puntato sui nuovi mercati; che hanno una competitività fortemente legata alla qualità del prodotto; che hanno saputo immettere conoscenza, innovazione e tecnologia.

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