Nel marketing c’è una tentazione molto concreta: spostare budget verso ciò che restituisce numeri più rapidi, granulari e leggibili. Un click, una conversione, un touchpoint tracciato danno l’impressione di offrire una base più solida per decidere. Il problema nasce quando la facilità di attribuzione viene scambiata per prova di efficacia. In quel momento la misurazione non descrive soltanto il marketing: comincia a orientarlo.
Il caso Bilt è interessante proprio perché va nella direzione opposta. La società americana nata intorno ai rewards sugli affitti sta investendo in eventi, community, merchandising, entertainment e iniziative fisiche che la sua CMO, Zoe Oz, riconosce come più difficili da collegare direttamente a engagement e customer lifetime value. Business Insider ha raccontato questa scelta nell’ottobre 2026, descrivendo una strategia che privilegia anche attività meno semplici da scalare e misurare, ma considerate utili per costruire relazione e rilevanza del brand.
La tesi da ricavare non è che la Marketing Attribution sia sbagliata o che il performance marketing debba perdere peso. È più sottile: l’attribution misura molto bene ciò che riesce a osservare, ma non tutto ciò che crea valore è altrettanto osservabile. Per un CMO, il rischio è quindi finanziare progressivamente le attività che prendono più facilmente il credito, lasciando in secondo piano quelle che contribuiscono a generare domanda, memoria, fiducia e preferenza nel tempo.
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La Marketing Attribution misura il credito, non sempre il valore
La Marketing Attribution nasce per rispondere a una domanda pratica: quali touchpoint hanno contribuito a una conversione e quanto credito assegnare a ciascuno? È indispensabile per ottimizzare campagne, canali e creatività, soprattutto quando il marketer deve intervenire rapidamente su investimenti digitali. Ma il concetto di credito non coincide automaticamente con quello di causalità.
Anche Google, nel proprio Modern Measurement Playbook 2026, distingue chiaramente le funzioni dei diversi strumenti: l’attribution fornisce velocità e granularità per l’ottimizzazione quotidiana, mentre incrementality e Marketing Mix Modeling servono a rispondere a domande differenti. In particolare, l’attribution può non dire quante conversioni sarebbero avvenute comunque o quanto abbiano contribuito attività meno tracciabili e touchpoint offline.
È una distinzione decisiva. Se un’attività appare spesso nei percorsi che terminano con una conversione, sappiamo che è presente nel journey; per capire quanto business abbia realmente aggiunto serve invece una domanda causale: cosa sarebbe successo in sua assenza?
Il caso Bilt: investire anche in ciò che è difficile da attribuire
Bilt è nata nel 2021 come programma di membership e rewards legato all’abitare e oggi dichiara un ecosistema che raggiunge più di sette milioni di abitazioni, con una rete crescente di merchant e partner. La sua evoluzione recente è utile per osservare come una piattaforma basata su punti e transazioni stia cercando di ampliare la relazione con i membri attraverso esperienze che non si esauriscono nella conversione digitale.
Nel settembre 2026, per esempio, Bilt ha rilanciato la propria Locals Collection, una linea di prodotti fisici accompagnata da un pop-up a New York e da contenuti affidati al creator program interno. Nel racconto della CMO, merchandising ed eventi non sono semplicemente prodotti accessori: servono a creare occasioni nelle quali il brand possa entrare nella vita quotidiana dei membri e alimentare passaparola e appartenenza.
La scelta è particolarmente significativa perché Oz non nasconde la difficoltà di misurare questo tipo di marketing con gli stessi strumenti usati per una campagna digitale. Secondo quanto riportato da Business Insider, alcune iniziative live risultano poco scalabili e complesse da collegare direttamente a customer engagement o lifetime value. Bilt continua comunque a investirvi perché le considera parte della costruzione di una relazione più ampia con il cliente.
Il 2 novembre 2026 la società ha aggiunto un ulteriore tassello acquisendo LAVA in un’operazione da 300 milioni di dollari. LAVA porta relazioni con 56 franchise sportive professionistiche e tecnologie per loyalty, membership e customer engagement in tempo reale. È un’espansione che conferma la direzione scelta da Bilt: allargare il perimetro dalla transazione alla community e alle esperienze, integrando dati, identità e momenti di relazione.
Quando l’attribution sposta troppo budget verso il performance marketing
Il rischio che emerge dal caso non riguarda una specifica piattaforma. È un problema di allocazione. Se due attività competono per lo stesso budget e una restituisce immediatamente CPA, ROAS e conversioni attribuite mentre l’altra costruisce familiarità, presenza culturale o relazione, la prima parte con un vantaggio nel processo decisionale: produce una prova più semplice da portare in dashboard.
Questo meccanismo può produrre quello che in questo articolo definiamo Bias della misurabilità: la tendenza a considerare più efficace ciò che è più facile da misurare con gli strumenti disponibili. È una chiave interpretativa, non una nuova metrica. Serve a rendere visibile un rischio di governance del budget: la qualità del dato può influenzare la percezione del valore prima ancora che il valore sia stato stimato in modo completo.
Il punto è particolarmente rilevante quando il marketing deve creare domanda, non soltanto intercettarla. Search, retargeting e campagne lower funnel possono essere fondamentali per catturare intenzioni già presenti. Brand, content, eventi, community e partnership possono invece contribuire alla formazione di quelle intenzioni molto prima che il cliente arrivi a un touchpoint facilmente attribuibile.
Lo stesso rischio era emerso nel CASE DIGITAL4 dedicato a Nike: catturare la domanda e costruirla non sono la stessa funzione. La Marketing Attribution aggiunge un ulteriore livello al problema, perché può rendere economicamente più visibile la prima rispetto alla seconda.
Il problema non è misurare meno, ma misurare meglio
Una lettura superficiale porterebbe a contrapporre brand marketing e performance marketing. Sarebbe un errore. I CMO hanno bisogno di accountability e la capacità di collegare gli investimenti ai risultati rimane una condizione essenziale. La risposta al limite dell’attribution non è tornare a decisioni basate sull’intuizione, ma costruire un sistema di misurazione nel quale strumenti diversi rispondano a domande diverse.
Google propone oggi un approccio combinato tra data-driven attribution, esperimenti di incrementality e Marketing Mix Modeling. La logica è utile anche fuori dalle piattaforme pubblicitarie:
- l’attribution aiuta a capire a chi assegnare credito nel percorso osservato;
- l’incrementality cerca di isolare ciò che l’attività ha realmente aggiunto;
- il MMM stima come il mix complessivo degli investimenti contribuisca ai risultati, includendo fattori che non entrano facilmente nei journey individuali.
Un approfondimento Digital4 sul Media Mix Modeling e la gestione dei budget ha già mostrato come l’evoluzione degli strumenti di misurazione stia spostando l’attenzione dal singolo costo di acquisizione verso una lettura più ampia del valore e della relazione con il cliente.
Attribution, incrementality e Marketing Mix Modeling
Per un CMO, la differenza non è teorica. L’attribution è utile quando serve decidere quale campagna ottimizzare oggi. Un test di incrementality diventa più utile quando bisogna capire se una determinata attività abbia generato risultati che non sarebbero arrivati comunque. Il Marketing Mix Modeling entra invece in gioco quando il problema è allocare il budget tra canali e leve diverse, osservando anche effetti esterni e interazioni che il tracciamento individuale non riesce a ricostruire.
Nessuno dei tre strumenti offre da solo una fotografia completa. Anche il MMM ha limiti di granularità e dipende dalla qualità dei dati e dalla costruzione del modello; gli esperimenti sono più lenti e non possono essere eseguiti continuamente su tutto; l’attribution rimane vincolata a ciò che il sistema riesce a osservare o modellare. Per questo la vera maturità di misurazione consiste nel sapere quale domanda affidare a quale strumento.
Il modello: il Bias della misurabilità

Il caso Bilt permette quindi di sintetizzare un principio semplice: più facile da attribuire non significa automaticamente più efficace. Un’attività con un ROAS immediatamente disponibile può essere eccellente; una seconda attività priva di un ROAS altrettanto leggibile può essere inutile oppure fondamentale. La differenza non si può dedurre dalla facilità con cui i due risultati vengono tracciati.
Il Bias della misurabilità si manifesta quando l’azienda utilizza la qualità della misurazione come proxy della qualità dell’investimento. Per ridurlo, la domanda sul budget deve cambiare: non “quale canale prende il credito?”, ma “quale evidenza serve per capire se questa leva genera valore?”. In alcuni casi basterà l’attribution. In altri servirà un esperimento, una lettura del mix, un brand lift o un indicatore di relazione nel medio periodo.
La domanda per i CMO: cosa crea valore, non cosa prende il credito
Bilt non offre una ricetta universale e sarebbe improprio leggerla come prova che eventi, merchandising o community funzionino meglio del performance marketing. È un caso utile per un altro motivo: mostra un management disposto a finanziare alcune attività anche quando il legame con il risultato non è immediatamente leggibile nello stesso modello di attribution usato per i canali digitali.
Questa scelta obbliga a esplicitare la vera domanda manageriale. Se un’attività è difficile da attribuire, bisogna rinunciare a misurarla oppure scegliere un metodo più adatto? La seconda strada è più impegnativa, ma evita che l’architettura dei dati finisca per determinare da sola l’architettura del marketing.
Per questo il compito del CMO non è difendere ciò che non si può misurare. È costruire un sistema nel quale anche le leve meno visibili possano essere sottoposte a verifica con strumenti coerenti con il loro ruolo. La Marketing Attribution rimane essenziale, ma smette di essere l’unica lente attraverso cui decidere cosa merita budget.
Nel caso Bilt, il passaggio da rewards platform a ecosistema di membership, community ed esperienze rende questa tensione particolarmente evidente. Ed è una lezione trasferibile molto oltre il brand: quando la misurazione diventa il criterio dominante di allocazione, il rischio non è spendere su ciò che non funziona. È smettere di finanziare ciò che funziona in modi che la dashboard non sa ancora vedere.















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