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Public procurement

L’innovazione nella PA? Bisogna innestarla coinvolgendo il privato

Oggi il mondo degli appalti pubblici deve puntare sulla compartecipazione per rendere i fornitori partner del cambiamento. «Il passaggio è complesso. Per semplificarlo occorre attrezzare una serie di linee guida e politiche di accompagnamento di tipo operativo», sostiene Renzo Turatto, docente presso l’Università di Perugia ed esperto di Public Procurement

05 Apr 2017

redazione

Le grandi sfide sociali di oggi richiedono soluzioni di tale complessità tecnologica che spesso non esistono sul mercato risposte pronte dal punto di vista commerciale. Per questo occorre trovare forme di ingaggio dei fornitori che li spingano a portare innovazione all’interno della PA. È il punto di vista di Renzo Turatto, docente presso l’Università di Perugia ed esperto di Public Procurement, che, intervistato da CorCom, affronta il tema del cambiamento a cui sta andando incontro il mondo degli appalti pubblici.

«Mentre in passato i modelli di collaborazione pubblico-privato erano pensati soprattutto in termini di apporto finanziario, con l’innovazione occorre rendere il fornitore partner dell’operazione», dice Turatto. «Se infatti, una volta raggiunto il livello di soglia previsto dal contratto e chiusa la transazione, tutti i benefici dell’operazione restano in capo alla PA, che interesse ha il fornitore a spingere sull’innovatività?».

La compartecipazione è dunque alla base del cambiamento. Come però essere sicuri che il fornitore fornisca consulenza con quel grado di innovazione in più che occorre davvero? «Se l’acquisto riguarda cose pronte all’uso, il problema è relativo. Ma il punto è un altro», nota Turatto. «Non si può pensare che il mondo pubblico sia in grado di innovarsi da solo: è l’ingaggio del privato a portare forze nuove. Le nuove forme di procurement, ad esempio, prevedono la possibilità che la proprietà intellettuale rimanga in capo al fornitore».

Una prospettiva che impone anche un nuovo approccio alle regole e alle procedure. «Il passaggio è complesso. Per semplificarlo occorre attrezzare una serie di linee guida e politiche di accompagnamento di tipo operativo. Certamente il ruolo dell’ANAC in tal senso è importante ma, essendo principalmente volto a finalità di anticorruzione non è sufficiente», precisa Turatto. «Come accompagnamento a questa fase di passaggio, si potrebbero lanciare delle sperimentazioni, delle operazioni pilota. La stessa Consip, come primo buyer della Pubblica Amministrazione italiana, ad esempio, potrebbe avere un ruolo trascinante e diventare leader in operazioni di questo tipo». Per Turatto anche le amministrazioni centrali, le organizzazioni di categoria e la stessa Confindustria potrebbero attivarsi in tal senso, come sta facendo per esempio Federsanità.

Non si tratta naturalmente di una trasformazione immediata, ma è inevitabile. Anche perché i paradigmi e i rapporti di forza tra pubblico e privato si sono capovolti: facendo un paragone tra la tecnologia presente nelle nostre case e quella presente negli uffici pubblici, rispetto agli anni ‘50 la situazione oggi è rovesciata: mentre all’epoca la tecnologia si trovava in ufficio e non nelle case, oggi c’è molta più tecnologia nelle case che non negli uffici pubblici. «Serve un’inversione di rotta», rilancia Turatto. «La sfida è proprio questa: serve un ingaggio del privato che porti forze nuove dentro il mondo pubblico, che non è in grado di innovarsi da solo». Citando altri Paesi, Turatto spiega che negli USA la NASA utilizza una compagnia privata come Space X per inviare razzi sulla Stazione Spaziale Internazionale. «I soggetti vincitori sono almeno due: da un lato Space X, che ha messo a punto la tecnologia all’interno di un contratto di concessione pubblico-privato; dall’altro la NASA che fa procurement e, nello stesso tempo, porta ricerca e innovazione nel Paese. Su questo fronte in Italia siamo parecchio indietro, ma non c’è dubbio che è questa la grande sfida dei prossimi anni».

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