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Banda ultralarga

Fastweb punta 500 milioni di euro sull’upgrade del network

Il piano dell’operatore di rete prevede nuovi investimenti nel periodo 2017-2020, al termine del quale il 50% delle famiglie e delle imprese italiane avrà accesso a connessioni da 200 Mbps. Si comincia dalle città di medie dimensioni per abbattere da subito il «broadband divide». In arrivo un data center per il centro-sud e i servizi LTE

06 Apr 2016

Domenico Aliperto

Alberto Calcagno, Amministratore Delegato di Fastweb«Oggi Fastweb non è più una fiber company, è una infrastructure company». Parola di Alberto Calcagno. Delineando il nuovo piano di investimenti per l’upgrade della rete che porterà entro il 2020 la connessione ultrabroadband a 200 Mbps al 50% degli italiani (13 milioni di famiglie e imprese in circa 500 comuni), l’amministratore delegato del gruppo controllato da Swisscom ne ha approfittato anche per aggiornare l’agenda sul piano strategico. Il network fisso è ora uno dei quattro elementi che contraddistinguono l’infrastruttura e quindi l’offerta dell’operatore, che si compone della rete di hot spot Wi-fi, dei data center (dopo quello di Milano, dovrebbe essere in arrivo una nuova struttura nel centro-sud) e dei servizi LTE, «che a fine 2016 allineeranno la qualità erogata sul fisso a quella in modalità wireless». Sono già mille le imprese clienti sul fronte Cloud e il moltiplicarsi degli sforzi sulle diverse tecnologie per la connettività promette di rafforzare il posizionamento di Fastweb come fornitore di servizi e soluzioni B2B. Specialmente in aree attualmente non raggiunte da connessioni ad alte prestazioni.

La notizia del giorno riguarda, infatti, l’estensione e il potenziamento del network a partire dalle città di medie dimensioni, quelle che di solito rimangono nell’ombra nel momento in cui un grande operatore annuncia nuovi allacciamenti. Trenta comuni (il 25% della popolazione italiana) come Arezzo, Viterbo, Riccione, Rimini, Trento, Massa, Pistoia e Caserta saranno raggiunti dall’offerta a 200 Mbps entro il 2016. Nel 2017 i centri urbani pronti per l’alta velocità saranno 60 e nei primi mesi del 2018 l’intera rete Fastweb, disponbile in cento città, dovrebbe aver abbattuto il “broadband divide”.

«Parliamo di un investimento da 500 milioni di euro totalmente autofinanziati – ha detto Calcagno – che nel triennio 2017-2020 si aggiungeranno alle risorse che puntiamo ogni anno sull’aggiornamento della rete». L’aumento delle prestazioni, che non ha a che fare con l’infrastruttura, ma con l’equipment tecnologico (VDSL 2.0), «rientra infatti nelle operazioni ordinarie, sostenute grazie al reinvestimento degli utili e all’immobilizzazione del 30% del fatturato in progetti di sviluppo». L’upgrade della rete in termini di prestazioni avverrà grazie all’implementazione dei cabinet con soluzioni che potenziano la capacità del doppino in rame, come il Vectoring, il G.Fast e per l’appunto il VDSL 2.0, il cui potenziale (con velocità testate sul campo fino a 500 Mbps) era stato mostrato da Fastweb giusto un anno fa.

Calcagno non ha aggirato la domanda che di solito si pone quando si parla di FTTC (Fiber-to-the-cabinet) anziché di FTTH (Fiber-to-the-home) come soluzione future-proof per l’ultimo miglio. «L’FTTC offre un deployment rapido e poco invasivo a costi sostenibili. Nessuno mette in discussione che in futuro l’intero network evolverà verso tecnologie basate sulla fibra fino a casa, ma l’FTTC è, nel caso specifico italiano, propedeutico all’FTTH, in quanto nella Penisola gli armadi distano mediamente dai clienti finali solo 250 metri. Niente ci impedisce, nei prossimi anni, di eseguire un ulteriore upgrade portando la fibra su quell’ultimo tratto e riutilizzando totalmente la rete primaria».

Del resto, Calcagno si dice ottimista rispetto al contesto. «Le cose in Italia si stanno finalmente muovendo, anche grazie a noi», ha precisato il manager. «A fine 2015 la copertura dell’ultrabroadband ha raggiunto il 51% della popolazione. Siamo ancora distanti dal 71% della media europea, ma il gap si sta velocemente assottigliando, facendo registrare in poco meno di tre anni un balzo di 15 punti percentuali. Abbiamo addirittura superato la Francia (copertura del 48%, ndr), che era considerata dagli addetti ai lavori l’esempio da seguire». Ma rimane la non trascurabile differenza che corre tra il tasso d’adozione italiano, pari al 5,6%, e il tasso d’adozione francese, del 15,2%. Calcagno ha sottolineato che il dato d’Oltralpe deve molto alla diffusione del video on demand, sostenuto da incentivi fiscali che potrebbero essere ipotizzati pure per il nostro mercato. «Va bene il lavoro fatto da noi e dai competitor sull’infrastruttura, ma oltre alle corsie digitali servono anche patenti digitali, altrimenti le autostrade dell’innovazione rimangono vuote. E qui spetta alla Pubblica amministrazione agire».

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