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Reputazione online

L’importanza della Web Reputation personale nella ricerca del lavoro

Ogni contenuto che pubblichiamo, un selfie, un commento a un post, o un’immagine, contribuisce alla creazione della nostra reputazione personale, che può influire anche sulla valutazione dei recruiter che selezionano i candidati a un posto di lavoro. Perdere il controllo è facile: le piattaforme hanno infinita capacità di memoria e gli algoritmi studiano i nostri comportamenti per decidere cosa proporci, illudendoci di agire in piena libertà

20 Mar 2019

Alessandro de Luyk

Digital Marketer (SEO – SMM), autore*

Ciascuno di noi lascia tracce on line: lo fa acquistando qualcosa, interagendo su un social network, scrivendo in un forum, partecipando ad un evento, scattando una fotografia e persino sostenendo un esame. Così come ogni esperienza è formativa del carattere, così ogni contenuto che ci riguarda partecipa della creazione della nostra Identità Digitale, e quindi la reputazione personale o Web reputation. Nella ricerca del lavoro, redigere nel migliore dei modi la propria presentazione professionale su LinkedIn è il primo passo ma, oltre allo storytelling del Curriculum, contano le altre informazioni messe in circolo. Su questo si fonda la Web Reputation personale. Sebbene in Europa vi sia un’ottima legislazione in merito alla tutela della Privacy, capace anche di metterci al riparo da certi pericoli, è un dato di fatto, dimostrato da ricerche compiute sui mercati del lavoro in vari paesi, che i recruiter prendano informazioni in Rete, anche dove non sarebbe permesso. E come potremmo tutelarci se poi queste dovessero originare una valutazione soggettiva poco incline a favorire un dato candidato per un certo posto di lavoro?

Molti gesti quotidiani come un selfie o il commento su un post possono diventare criticità e trasformarsi in sconvenienti: è sufficiente un lontano riferimento a temi sessisti, a posizioni politiche imprudenti, a momenti di vita suggellati da immagini poco “ortodosse” per connotare, e spesso anche distorcere inopportunamente, i caratteri salienti di una persona su cui, ad esempio, si stanno facendo delle valutazioni curriculari.

Dall’apparato sorvegliante di Echelon all’era dei Big Data

Un tempo si temeva l’ascolto da remoto attraverso l’intercettazione ambientale o quella telefonica. Negli anni Novanta si fantasticava sulle sorti del pensiero distopico del grande fratello orwelliano divenuto così improvvisamente ingombrante con la realizzazione dell’apparato sorvegliante di Echelon. Tutti erano possibili bersagli ma nella massa, dietro l’ombra dei grandi numeri, ci si sentiva ancora protetti tanto più immaginando un sistema di intercettazioni propagantesi, come delle onde sismiche, tutte originate da un minuscolo punto in un angolo remoto della sfera terrestre. Oggi tutto è cambiato. Ciascuno di noi lascia tracce on line, lo fa acquistando qualcosa, interagendo su un Social, scrivendo in un forum, partecipando ad un evento, scattando una fotografia e persino sostenendo un esame.

Nell’epoca d’oro pre-internettiana un “uomo pesce” poteva ancora mimetizzarsi con successo restando all’ombra del branco poi però qualcosa è cambiato, dal caos dei grandi numeri è cominciata ad emergere una forma, dal monotono rumore di fondo delle nostre voci raddoppiate e sovrapposte si sono affacciati, e non certo in remoti laboratori, strumenti di analisi dei Big Data, dotati di evolute capacità investigative.

Alex Pentland nel suo recente saggio “Fisica Sociale come si propagano le buone idee” è giunto ad auspicare e realizzare un modello di studio basato su una disciplina sociale quantitativa capace, con un’opportuna analisi dei Big Data, di modellizzare empiricamente il flusso delle idee da una parte e i loro effetti sul comportamento umano, dall’altra. L’uomo di Pentland agisce ed interagisce come chiunque altro, fatta eccezione per la trasparenza liquida dell’ambiente in cui si muove: nulla di ciò che esprime può sfuggire al tracciamento, neppure lo stato emotivo! Orwell non sarebbe più un orecchio echeggiante con tutte le nostre voci ma un occhio speciale, dai poteri sovra umani, l’occhio della Provvidenza dalle illimitate capacità predittive.

Algoritmi e suggerimenti: il nostro comportamento è valutato continuamente

Se tutto è tracciabile allora siamo davvero nudi. L’ecosistema digitale, divenuto un acquario illuminato artificialmente in cui una classe di menti digitali dalle eccezionali capacità predittive ci mette in uno stato di continua osservazione, registra ciò che facciamo e ci suggerisce contenuti; è stato lui a rendere celebre questa sua classe di guardiani, tanto che la parola algoritmo è diventata di uso comune nelle nostre vite. Ogni Social valuta il comportamento passato dell’utente per decidere cosa proporgli ed organizzare continuamente innanzi a lui un percorso virtuale che lo illude di muoversi in piena libertà. Non a caso Pedro Domingo nel suo recente “L’algoritmo definitivo” ci mette in guardia sull’eterno “dilemma fra l’esplorazione e lo sfruttamento” – nelle attività virtuali chi tesse il tappeto sotto i nostri piedi è una classe di algoritmi destabilizzanti e sfidanti il nostro libero arbitrio. Se si trova una soluzione che funziona – si domanda Domingo – è meglio coglierla al volo o conviene cercarne un’alternativa, sapendo che potrebbe insistere potrebbe essere una perdita di tempo ma anche che potrebbe portare a qualcosa di meglio. Se abbiamo raggiunto une certa visibilità on line o se abbiamo trovato dei contatti per proporre la nostra candidatura per cercare lavoro cosa dovremmo fare, cercare avanti o fermarci? Chi ostacola il nostro percorso on line? Come lo potremmo eventualmente aggirare? E se poi avessimo pubblicato dei contenuti sconvenienti su un Social pensando di essere immuni alle contaminazioni e di potere ancora controllare la nostra Web reputation contando sulla vastità dell’ecosistema come baluardo di salvaguardia delle nostre attività, in realtà cadremmo nell’ulteriore tranello teso anche questa volta dai suoi guardiani sintetici: le loro capacità di vigilanza restano perfettamente efficaci nel caos e nell’immensità!  Vantano delle sinapsi digitali senza limiti di memoria e, se interrogate opportunamente, così come oggi tendono a fare, per esempio le agenzie di collocamento prima di proporre un lavoro ad un candidato, non fallirebbero nel loro infaticabile lavoro d’investigazione.

Di questi temi si è parlato nell’incontro patrocinato dal Mib di Trieste presso la sala del Sissa Media Lab in un percorso di incontro con i giovani delle scuole e delle università interessati ad avere delle risposte a quanto è stato qui illustrato.

Alessandro de Luyk

Digital Marketer (SEO – SMM), Autore, Blogger, CEO, Imprenditore, Growth Hacker, autore del libro “Social Media Marketing: fra UGC ed Algoritmi”, Lupetti Editori

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