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Il lavoro che cambia

Job hopping: cambiare spesso lavoro rende più felici. Anche in Italia

Il fenomeno che arriva dagli USA è la tendenza a ‘saltare da un posto all’altro’ (all’incirca ogni due anni) per avere stipendi più alti, ma soprattutto per ridurre lo stress e ritrovare entusiasmo. Marina Osnaghi, Master Certified Coach in Italia: «Non si pensa più alla carriera come a un percorso lineare, ognuno di noi la costruisce privilegiando asset diversi»

20 Set 2018

Redazione

Cambia l’approccio dei dipendenti al mondo del lavoro: la fedeltà all’azienda passa in secondo piano, e la flessibilità e gli aspetti economici e relazionali acquisiscono maggiore importanza. Soprattutto quando si tratta di valutare una nuova opportunità lavorativa. Cambiare spesso lavoro, e interrompere la routine, consentirebbe infatti non solo di guadagnare di più, ma anche di essere più felici. Trae spunto da queste considerazioni il fenomeno del job hopping.

Che cos’è il job hopping

Nato in America, ma sempre più diffuso in Italia, il job hopping è la tendenza a cambiare lavoro molto spesso – all’incirca ogni 2 anni – per avere stipendi più alti, ma soprattutto per ridurre lo stress, e ritrovare entusiasmo e una nuova linfa nel quotidiano. Secondo uno studio condotto dall’agenzia HR californiana Robert Half, negli Stati Uniti il 64% dei lavoratori appartiene alla schiera dei job hoppers, il 22% in più rispetto a 4 anni fa. Complice di questa crescita è anche la diffusione delle tecnologie digitali che stanno rivoluzionando il modo di cercare lavoro: non è più necessario, infatti, stampare centinaia di pagine di CV e girare altrettante aziende, basta un click per inviare il proprio curriculum in pochi secondi in qualsiasi parte del mondo.

«Negli ultimi anni è cambiata la prospettiva anche in Italia e in Europa: aumentano le persone che scelgono di rimanere nella stessa azienda per brevi periodi – afferma Marina Osnaghi, Master Certified Coach in Italia –. Non si pensa più alla carriera come a un percorso lineare, che va dalla cosiddetta “gavetta” all’esperienza, ma si cambia frequentemente alla ricerca di benefit più vantaggiosi. Come evidenziano gli studi di Kenneth, Brousseau e Driver, ognuno di noi costruisce il proprio percorso di lavoro privilegiando asset diversi con un forte impatto sulle scelte di carriera: c’è chi dà più importanza ad aspetti economici, chi a quelli valoriali e chi alla relazione».

A saltare da un posto di lavoro all’altro sono soprattutto i più giovani: l’ultimo report annuale di LinkedIn ha messo in luce, infatti, che negli Stati Uniti i Millennials cambiano quasi 2,85 posti di lavoro nei primi 5 anni dalla laurea, contro una media di 1,6 della generazione precedente.

Tra i principali motivi che spingono a spostarsi, secondo un articolo della statunitense NBC, ci sarebbe quello economico: cambiare spesso posto di lavoro comporta delle migliori condizioni retributive nella maggior parte dei casi. Tuttavia, anche la ricerca di equilibrio è un fattore altrettanto importante. In un articolo di USA Today, infatti, viene rivelato che cambiare lavoro e interrompere la routine permette di essere più felici, più sani e avere più successo. In sottofondo rimane sempre però un interrogativo: avere brevi esperienze sul proprio curriculum rende più difficile trovare un altro lavoro? Sembra non essere affatto così: fino a qualche anno fa la fedeltà all’azienda era considerato un valore imprescindibile e si guardava con diffidenza chi decideva di cambiare lavoro con una certa regolarità, oggi non è più così.

Per questo le Direzioni HR dovrebbero cercare nuove strade per valorizzare le risorse ed evitare che scappino, ricordandosi sempre che le logiche con cui oggi funziona il mercato del lavoro sono completamente diverse. Secondo Osnaghi, bisogna innanzitutto guardare con meno diffidenza i giovani che cercano di ottenere condizioni migliori per se stessi, solo così si possono trovare e ingaggiare i migliori talenti. È inoltre importante gestire percorsi di carriera individuando gli elementi motivazionali: in questo modo si avranno collaboratori più soddisfatti e quindi più performanti. Infine, gestire con cura i colloqui consente, a entrambe le parti, di capire le varie prospettive, comprendere i punti di forza e anticipare eventuali conflitti che potrebbero nascere nei gruppo di lavoro o col capo.

Come sapere quando è il momento di cambiare lavoro

«Le persone sperimentano spesso sentimenti contrastanti – spiega Osnaghi –. A volte sono combattute fra quel che desiderano, quello che pensano di dover fare e quello che sognano, ma che sembra irraggiungibile o di difficile realizzazione. Le regole del contesto sociale in cui vivono fanno poi il resto a seconda della flessibilità che consentono. Si scatenano così conflitti e stress a volte incomprensibili sia in famiglia sia a casa, che tuttavia nascondono la demotivazione: cambiare fa paura e costa spesso molta fatica. A volte è difficile dirselo o capire che è così. Dobbiamo essere consapevoli di questi condizionamenti (in molti abbiamo un mutuo da pagare e una famiglia da mantenere, e lo stipendio serve), ma ricordarci anche dei nostri desideri e non temere di partire alla ricerca di una soluzione migliore».

Per questo, la coach consiglia di partire ponendosi 8 domande:

  1. Quali sono gli elementi che mi soddisfano o scontentano nel contesto della mia professione?
  2. Quale disegno/ciclicità intuisco nel mio percorso lavorativo rispetto all’esperienza maturata negli ultimi anni?
  3. Quali sono i miei obiettivi?
  4. Quali sono gli elementi che mi condizionano?
  5. Quali sono le mie attitudini personali (senza farsi condizionare da schemi e convenzioni)?
  6. Qual è il posto di cui ho veramente bisogno?
  7. Vale davvero la pena cercarlo?
  8. Qual è il punto di equilibrio fra obbligo (le incombenze della vita) e desiderio (quel che vorrei)?

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