Osservatorio Smart Working 2021: lavoro ibrido per oltre 4mln di persone

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Osservatorio Smart Working 2021: lavoro ibrido per oltre 4 milioni di persone nel post pandemia

Il lavoro agile resterà nell’89% delle grandi aziende e nel 62% delle PA, con formule ibride: in media 3 giornate “agili” nelle prime, 2 nelle seconde. Per oltre un terzo degli smart worker sono migliorati work-life balance e produttività, ma il 28% ha sofferto di tecnostress e il 17% di overworking. Questi e molti altri i dati rilevati dall’ultima ricerca condotta dall’Osservatorio del Polimi

03 Nov 2021

Redazione

Anche quando l’emergenza sanitaria sarà superata, lo Smart Working non soccomberà alle vecchie abitudini, disegnando un nuovo equilibrio tra modalità in presenze e modalità a distanza all’insegna della flessibilità, anche perché come ha sottolineato oggi, durante il convegno di presentazione dell’ultima ricerca 2021 condotta dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, il Responsabile Scientifico Mariano Corso “il termine Smart Working fa riferimento proprio alla ricerca, in modo dinamico, di equilibri che siano i più adeguati al contesto in cui ci si trova”. Interessanti le evidenze emerse quest’anno.

Lavoro ibrido, l’evoluzione dello Smart Working nel new normal secondo l’Osservatorio 2021

Dall’inizio del 2021 a oggi il numero di smart worker è andato progressivamente a diminuire, complice la diffusione dei vaccini che ha permesso il rientro in ufficio dei dipendenti pubblici e di alcune categorie di lavoratori, come per esempio gli insegnanti a seguito della dismissione della DAD. A marzo 2021, a un anno dal primo lockdown, l’Osservatorio ha stimato che erano 5,37 milioni gli smart worker italiani, di cui 1,95 milioni nelle grandi imprese, 830mila nelle PMI, 1,15 milioni nelle microimprese e 1,44 milioni nella PA. Nel secondo trimestre il numero ha iniziato progressivamente a diminuire fino a 4,71 milioni, con il calo più consistente nel settore pubblico (1,08 milioni), seguito da microimprese (1,02 milioni), PMI (730mila) e grandi aziende (1,88 milioni). A settembre il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni, contando complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle PMI, 810mila nelle microimprese e 860mila nella PA.

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Tuttavia, questo graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino del lavoro agile, al contrario al termine della pandemia le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre: saranno, infatti, 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle PMI, 970mila nelle microimprese e 680mila nella PA.

Secondo le rilevazioni 2021 dell’Osservatorio le modalità di lavoro in Smart Working torneranno ad essere ibride, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza: nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per 3 giorni a settimana, 2 nelle PA. Ma i cambiamenti non riguardano solo quanto tempo trascorrere in ufficio o in altri luoghi, ma anche la gestione degli spazi per adattarli al nuovo modo di lavorare: in tal senso hanno avviato degli interventi il 55% delle grandi aziende e il 25% delle pubbliche amministrazioni, con priorità, in generale, all’organizzazione degli ambienti di lavoro. Ci sono comunque anche casi in cui sono previsti un aumento (ad esempio il 18% delle PA) o una riduzione degli spazi (vale per il 33% delle grandi aziende).

In termini di impatto sulle prestazioni, tutte le organizzazioni mettono in generale in luce un forte miglioramento del work-life balance. Le grandi imprese e le PA evidenziano anche un deciso miglioramento di efficacia ed efficienza (quest’ultima migliorata per il 59% delle grandi imprese e il 30% delle PA contro rispettivamente il 5% e il 16% che dichiarano un peggioramento). Più incerto e controverso l’impatto su tali prestazioni nelle PMI. L’aspetto ritenuto più negativo da tutte le organizzazioni è invece quello della comunicazione tra colleghi, peggiorata per il 55% delle grandi imprese, il 44% delle PMI e il 48% delle PA.

“La pandemia ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti e ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori, anche se emergono delle differenze fra le organizzazioni che rischiano di rallentare questa rivoluzione. Le grandi imprese stanno sperimentando nuovi modelli di lavoro, con la ricerca di nuovi equilibri fra presenza e distanza capaci di cogliere i benefici potenziali di entrambe le modalità di lavoro”, ha affermato Mariano Corso.

Mariano Corso

Docente di Leadership & Innovation del Polimi, Responsabile scientifico dell’Osservatorio HR e dell'Osservatorio Smart Working del Polimi, Responsabile Scientifico di P4I-Partners4Innovation

Lo Smart Working nell’89% delle grandi aziende e nel 62% della PA

Come sottolinea l’Osservatorio 2021, se ad oggi progetti di Smart Working strutturati o informali sono presenti nell’81% delle grandi imprese (contro il 65% del 2019), nel 53% delle PMI (nel 2019 erano il 30%) e nel 67% delle PA (contro il 23% pre-Covid), a tendere si prevede che rimarrà o sarà introdotto nell’89% delle grandi, nel 62% delle PA, in cui prevalgono le iniziative strutturate pur a fronte di molta incertezza sul futuro, e nel 35% delle PMI, fra cui prevale un approccio informale (22%) e in cui è forte la tendenza a tornare indietro (un terzo di quelle che lo ha sperimentato prevede di abbandonarlo). La scelta di proseguire su questa strada è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende, primo fra tutti l’equilibrio fra lavoro e vita privata (segnalato dall’89% delle grandi imprese, dal 55% delle PMI (55%) e dall’82% della PA).

“In molte organizzazioni, soprattutto PMI e PA, si sta tornando prevalentemente al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese. Ora è necessario costruire il futuro del lavoro sul vero Smart Working, che non è una misura emergenziale, ma uno strumento di modernizzazione che spinge a un ripensamento di processi e sistemi manageriali all’insegna della flessibilità e della meritocrazia, proponendo ai lavoratori una maggiore autonomia e responsabilizzazione sui risultati”, prosegue Mariano Corso.

Gli impatti positivi (e non) sui lavoratori

Nel complesso la diffusione dello Smart Working, seppure emergenziale, ha avuto un impatto positivo sui lavoratori: per il 39% è migliorato il work-life balance, il 38% si sente più efficiente nello svolgimento della sua mansione e il 35% più efficace, secondo il 32% è cresciuta la fiducia fra manager e collaboratori e per il 31% la comunicazione fra colleghi.

Ma il perdurare della pandemia e i lunghi periodi di lavoro da casa forzato hanno anche avuto alcune ripercussioni negative. È diminuita ulteriormente la percentuale di smart worker pienamente ingaggiati (cioè legati all’azienda e attaccati al proprio lavoro, oltre che soddisfatti), che è passata dal 18% al 7%. Il tecnostress (cioè gli impatti negativi a livello comportamentale o psicologico causati dall’uso delle tecnologie) ha interessato un lavoratore su quattro, in misura maggiore smart worker (28% contro il 22% degli altri dipendenti), donne (29% contro il 22% dei colleghi) e responsabili (27% contro il 23% dei collaboratori). Alcuni possibili effetti negativi del tecnostress sono il peggioramento del work-life balance, dell’efficienza e l’overworking. Nel complesso l’overworking (ovvero dedicare un’elevata quantità di tempo alle attività lavorative trascurando momenti di riposo) ha coinvolto il 13% dei lavoratori e in misura maggiore gli smart worker degli altri lavoratori (17% contro 9%), le donne degli uomini (19% contro 11%) e i manager rispetto ai collaboratori (19% contro 9%).

I benefici sociali e ambientali dello Smart Working

I benefici e le opportunità che derivano dallo Smart Working riguardano non solo le organizzazioni e i lavoratori, ma c’è anche un forte impatto sulla sostenibilità sociale e ambientale. Secondo le grandi imprese, la sua applicazione su larga scala favorisce l’inclusione delle persone che vivono lontano dalla sede di lavoro (81%), dei genitori (79%) e di chi si prende cura di anziani e disabili (63%). La possibilità di lavorare in media 2,5 giorni a settimana da casa porterà poi a significativi risparmi di tempo e risorse per gli spostamenti: 123 ore l’anno e 1.450 euro in meno per ogni lavoratore che usa l’automobile per recarsi in ufficio. In termini di sostenibilità ambientale, infine, si può stimare che l’applicazione dello smart working ai livelli previsti dopo la pandemia comporterà minori emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, pari all’anidride carbonica che potrebbero assorbire 51 milioni di alberi.

“I benefici sociali ed ambientali dalla diffusione dello smart working ai livelli oggi previsti sono troppo rilevanti per non essere considerati nelle scelte politiche – dichiara Mariano Corso –. E occorre sottolineare che sono benefici che potrebbero quasi raddoppiare se si estendesse l’applicazione dello smart working ai livelli che i lavoratori desiderano e che la pandemia ha dimostrato essere già possibili con le tecnologie attuali”.

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