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Copernico, lo spazio di lavoro innovativo è un successo. Ecco perché

A un anno dall’apertura del grande business center di Milano Centrale, il progetto si espande nuove sedi in Italia e la Clubhouse Brera. Luoghi che favoriscono una “contaminazione positiva” e la condivisione di conoscenza, a beneficio di tutti, come racconta Jacopo Muzina, responsabile Business Development & Partnerships

03 Giu 2016

Manuela Gianni

Nuovi spazi, nuove esperienze, nuove relazioni, nuove dinamiche: siamo nel pieno di una radicale trasformazione della società e del lavoro, che a Milano è ormai molto evidente.

Lo conferma il successo di Copernico Milano Centrale, il business center nato solo un anno fa dove transitano ogni giorno circa 3mila persone, fra coloro che ci lavorano (dallo startupper al manager della multinazionale) e gli ospiti esterni. Un grande spazio concepito per favorire la prossimità delle persone e alimentare il bisogno di scambio reciproco, in grado di accelerare la conoscenza (e il business). Come? Attraverso un denso programma di eventi e occasioni di incontro, ma anche semplicemente al bar, bevendo un caffè o mangiando buon cibo in un ambiente piacevole e informale.

«Abbiamo scelto il momento perfetto per aprire un posto come Copernico Milano Centrale e ora il progetto va avanti: stiamo portando il concept in tutta Italia, a partire da Roma, Firenze, Torino e Trieste, e anche all’estero – dice Jacopo Muzina, responsabile Business Development & Partnerships -. È una logica esperienziale: viviamo nell’Economia dell’accesso, dove il possesso è sostituito dal servizio e dall’esperienza che viviamo. In Copernico si è innescato un meccanismo attraente, le persone vengono volentieri, c’è un clima positivo che contagia, stimoli che aiutano ad accelerare il business, un senso di appartenenza a qualcosa di molto innovativo».

Jacopo Muzina, responsabile Business Development & Partnerships, CopernicoA partire da questa esperienza, di recente Copernico ha aperto nel cuore di Milano la nuova prestigiosa Clubhouse Brera, un po’ ufficio un po’ luogo conviviale di incontro per 500 membri selezionati, esclusiva ma al contempo aperta: non ci sono vincoli di abbigliamento o di età, ad esempio. «La Clubhouse – sintetizza Muzina – rappresenta un “soft lending” per gli stranieri che arrivano in Italia e desiderano sondare il terreno, per capire se ci sono opportunità. Usufruendo dei nostri spazi hanno una base d’appoggio e la possibilità di avvicinarsi a una community di alto profilo». Ma non è solo questo. La Clubhouse piace poi a chi ha sì un ufficio, ma periferico. Perché viviamo una controtendenza: «Chi negli anni passati aveva scelto di andare a vivere fuori città, alla ricerca di una migliore qualità della vita, sta tornando in centro, aziende comprese – dice Muzina -. E molte mandano qui il top management, a contaminarsi con l’ambiente cittadino». Una terza tipologia di utilizzo è come “prolungamento dell’ufficio”: un ristorante privato dove portare clienti, una sala meeting in più. Ultimo, ma forse il più evidente dei bisogni, è quello di privacy: la Clubhouse permette di incontrare persone distante da occhi indiscreti. E c’è di più. Se è vero, come sostiene Rifikin, che oggi vale il meccanismo di Collaborative Commons, l’obiettivo più poetico della Clubhouse è quello di «radunare persone per bene e intelligenti che decidono di restituirsi reciprocamente, creando così una potentissima conoscenza, un serbatoio da mettere a disposizione della comunità intera».

Nella convinzione che nell’era della Sharing Economy chi continua a fare le cose con l’obiettivo di attivare il mero ritorno personale a breve sarà tagliato fuori dalla società.

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