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Competenze digitali

I talenti digitali preferiscono le start up: «Le aziende sono lente e non sanno creare un rapporto personale e coinvolgente»

Tempi lunghi di risposta, formalità, distacco: ecco dove sbagliano le grandi organizzazioni quando si tratta di attrarre e mantenere i giovani che hanno elevate digital skill. È l’opinione di Gherardo Liguori, CEO di Start2impact, che aiuta gli under 30 a collocarsi nelle professioni tecnologiche emergenti «Cresce nelle aziende l’esigenza di riconvertire le risorse umane verso il fronte digitale. Possiamo avere un ruolo in questa trasformazione»

16 Ott 2019

Domenico Aliperto

Cosa si aspettano oggi i giovani talenti in cerca di un lavoro che metta in risalto le loro doti? Ancora più della promessa della sicurezza economica e di un ambiente stimolante dove crescere, hanno bisogno di rapidità nella risposta da parte delle aziende. Soprattutto in Italia, dove sono così rare le risorse dotate di skill digitali, bastano due settimane di silenzio dopo il classico “Le faremo sapere” e il candidato è perso. «Perché nel frattempo, stando alla nostra esperienza, ha già rimediato un posto all’interno di una startup, che ha tempi di reazione completamente diversi rispetto alle grandi imprese. I più qualificati, dunque, trovano subito un’alternativa. È questo uno dei gap che il mondo enterprise, nel complesso, deve colmare se vuole accedere ai migliori talenti digitali».

A parlare è Gherardo Liguori, Co-founder e Ceo di Start2impact, realtà romana che ha per l’appunto l’obiettivo di far incontrare domanda e offerta di lavoro negli ambiti della programmazione, del digital marketing e delle tecnologie di frontiera. A poco più di un anno dal rollout dell’attività, il database di Start2impact contiene circa 230 opportunità di lavoro offerte da oltre 200 startup, posti che i giovani che si iscrivono alla piattaforma ideata da Gherardo Liguori e dalla socia e moglie Virginia Tosti riescono a occupare in tempi che vanno dalle due settimane, per l’appunto, ai due mesi. «Una forbice che dipende essenzialmente dalla preparazione tecnica del candidato. Se si dispone già di skill digitali e conoscenze informatiche, il match è quasi immediato. Se invece non si hanno i requisiti richiesti, occorre prima formarsi identificando gli ambiti verso cui si è più portati. Questo è il nostro lavoro», spiega Liguori.

Gherardo Liguori

Co-founder e Ceo di Start2impact

Virginia Tosti

Co-founder, Start2impact

Personalizzare formazione e inserimento professionale

La filosofia di Start2impact è infatti fortemente basata sul concetto di orientamento. La piattaforma, i tutor, i programmi di formazione convergono tutti verso il medesimo obiettivo: aiutare i giovani iscritti (l’età va dai 16 ai 30 anni) a comprendere in quali aree del digital sono più versati, anche in funzione del lavoro disponibile, e a intraprendere un percorso interattivo per acquisire o potenziare le competenze che mancano e che normalmente la scuola non trasmette. «Non inventiamo l’acqua calda: gli strumenti e i corsi di programmazione e di UX design si trovano gratuitamente online, e sono fatti benissimo. Quindi, da quel punto di vista, indichiamo ai ragazzi quali risorse utilizzare ed esternalizziamo la formazione teorica. Manca semmai possibilità di fare pratica e di confrontarsi con esperti che correggano gli esercizi e i progetti che diverranno il portfolio da presentare alle aziende che cercano personale. Ed è qui che interveniamo noi, sia promuovendo il lavoro di team nel momento in cui assegniamo i compiti da svolgere, sia soprattutto mettendo a disposizione degli allievi i nostri coach». In Start2impact si usano messaggi vocali e di testo su Whatsapp per contattare gli iscritti e aggiornarli sull’avanzamento del corso e sulla correzione dei lavori, prediligendo il rapporto one-to-one con una forte personalizzazione del servizio, anche quando poi si tratta di costruire un ponte con il futuro datore di lavoro. «Un approccio che ricalca il tipo di comunicazione e di scambio a cui è abituato chi collabora con una startup».

Esattamente il contrario, come ben sappiamo, di ciò che il più delle volte avviene nelle grandi imprese, soprattutto quando si mette in moto il processo di selezione del personale. Uno degli errori che Liguori imputa alle aziende strutturate nel momento in cui provano ad avvicinare i giovani. «È importante ingaggiarli, con un sistema informale e coinvolgente che li faccia sentire davvero trattati come persone, e non come numeri o pratiche. C’è poi il tema del titolo di studio. Un elemento di spicco in un CV e in un colloquio di stampo tradizionale, ma poco rilevante quando si tratta di saper mettere a frutto le competenze digitali. Anche in questo caso le startup godono di un certo vantaggio rispetto alle imprese tradizionali, che – tech company a parte – devono ancora emanciparsi in tal senso. Le startup, inoltre – ed è uno dei motivi per cui, per lo meno in questa fase iniziale, tendiamo a collaborare con loro – sono disponibili ad accettare anche collaborazioni da remoto, mentre la grande impresa sta cominciando ora a muovere i primi passi sul tema dello smart working».

Come funziona il modello Start2impact

I fatti sembrano dare ragione all’idea di Liguori e Tosti, visto che Start2impact è già un business autosufficiente. A gennaio 2018 c’è stato il primo – e per ora unico – round di finanziamenti esterni, del valore di 200 mila euro, con la cessione del 20% delle quote di partecipazione, che ha portato l’azienda a una valutazione di un milione di euro. »Ad oggi non c’è una valutazione aggiornata, ma è evidente che siamo cresciuti», dice Liguori. «Nonostante il team sia arrivato a dieci persone, i ricavi sono superiori ai costi, e ci sosteniamo interamente con le nostre forze. Merito anche della flessibilità con cui affrontiamo il mercato, non facendoci troppi problemi se ci rendiamo conto che il modello di business va messo a punto o addirittura stravolto in funzione dei nostri obiettivi».

Liguori allude al fatto che inizialmente Start2impact chiedeva una fee alle aziende per pubblicare gli annunci di lavoro, mentre dava ai candidati accesso gratuito alla piattaforma. Con questo meccanismo, la community era arrivata a 13 mila iscritti. «Un numero di persone non semplice da gestire, soprattutto nell’ottica di voler offrire un servizio personalizzato a ciascun utente. Così ad aprile abbiamo fatto un cambio di passo chiedendo una quota di iscrizione per accedere ai programmi formativi».

Al momento la fee, che garantisce l’accesso all’intera offerta di Start2impact, è di 89 euro per trimestre e di 360 per un anno. «Naturalmente e fisiologicamente il numero di iscritti è calato, ma rimane comunque importante, considerando il fatto che si tratta solo di utenti paganti», sottolinea Liguori senza voler svelare a quanto ammontano ora gli abbonati al servizio. La svolta ha determinato anche un cambiamento rispetto al profilo degli utenti: «Adesso il target si è spostato su universitari e su persone che hanno già un lavoro, ma sono stanche di quell’attività. Dai camerieri agli avvocati, passando per i commercialisti, non sono pochi quelli che vogliono provare a cimentarsi con il digitale. Le opportunità migliori? La programmazione è preponderante, col 60% delle offerte di lavoro disponibili, poi c’è il digital marketing al 30% marketing e quindi la UX design».

Non solo startup: l’apertura al mondo enterprise

Questo il presente. Per il futuro, Start2impact continua «a cercare partner che credano nella nostra missione, che condividano i nostri valori e che intendano costruire un rapporto con la community», dice Liguori, aprendo anche al mondo enterprise. «Notiamo un nuovo bisogno all’interno delle grandi imprese: cresce l’esigenza di riconvertire le risorse umane con una migrazione di competenze verso il fronte digitale. Io penso che possiamo avere un ruolo in questa trasformazione, soprattutto se si tratta di affrontare la sfida più importante: aiutare le persone a comprendere cosa vogliono e cosa possono fare. Se un’organizzazione, nel ricollocare i lavoratori, non rispetta la volontà e le aspirazioni degli individui molto probabilmente fallirà nell’intento. Le aree tecnologiche su cui saranno necessarie le nuove competenze? Sicuramente Intelligenza artificiale e Blockchain», chiosa Liguori. «Quest’ultima, in particolare, non è ancora esplosa, ma sarà sempre più rilevante. A prescindere dai temi tecnologici, rimane fondamentale insistere sullo sviluppo delle soft skill. Quelle sono le competenze che nel mondo del lavoro non avranno mai ricambio».

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