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Produttività

Tecnologia mobile, la lunga strada verso l’auspicato “work-life balance”

9 italiani su 10 lavorano a casa fuori orario con i dispositivi mobili e sbrigano le faccende private in ufficio, trascurando i rischi di sicurezza per i dati aziendali. La metà usa infatti per lavoro lo smartphone personale e più di un terzo anche per aggirare restrizioni, mentre uno su tre utilizza quello aziendale a scopi extralavorativi. La ricerca di OnePoll

07 Lug 2014

Redazione

Controllare la posta nel tragitto casa-ufficio può ridurre lo stress e accelerare i tempi, iniziando la giornata con le mail già smaltite. A sfruttare questa opportunità è un dipendente su due in Italia, che dedica 45 minuti al giorno a controllare la posta prima di entrare in ufficio. Ma sono ben 9 su 10 quelli che continuano a lavorare fuori orario, contro il 77% della media europea. Al tempo stesso, però, grazie ai dispositivi mobili l’86% dei dipendenti italiani fa cose personali sul posto di lavoro, contro il 75% della media europea. Per una volta, quindi, siamo primi in Europa, come risulta dallo studio “People-Inspired Security”, commissionato da Samsung e condotto tra maggio e giugno dalla società indipendente OnePoll su 4.500 persone in 7 Paesi europei (Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna, Belgio e Olanda).

Eccelliamo nel mischiare vita privata e vita lavorativa (“work-life blend”), alla ricerca di quel tanto auspicato “work-life balance”. Tra i motivi, infatti, che spingono a leggere le mail prima di entrare in ufficio c’è quello di svolgere una maggiore quantità di lavoro nel medesimo tempo (48%), una riduzione dello stress (34%) e una migliore gestione degli impegni personali (43%). Di contro, infatti, il 69% di chi sbriga anche le faccende private in ufficio passa fino a mezz’ora al giorno a pagare bollette, ordinare la spesa o controllare i movimenti della banca online. In pratica, il 32% usa lo smartphone del lavoro anche per faccende personali, con una media di 11 App personali, come Facebook, Whatsapp o Candy Crush sui dispositivi lavorativi, mentre il 49% utilizza il proprio smartphone personale anche a scopo lavorativo, con una media di 9 App professionali, come Microsoft Outlook o Lync. Degli intervistati, più di un quarto (27%) non sa se sia consentito questo uso disinvolto, e comunque non se ne cura, ma in questo siamo battuti dagli spagnoli (39%). In generale, comunque, oltre la metà degli intervistati (52%) non sa se la propria società possieda una policy di sicurezza mobile e, se anche esiste, non l’ha letta o la ignora.

«Le persone stanno cercando di semplificare una vita indaffarata, facendo leva sulle potenzialità dei dispositivi mobili e sulle proprie competenze tecnologiche per portare a termine lavoro e impegni personali in modo rapido ed efficiente, quando, dove e come vogliono», commenta Rob Orr, vice presidente Enterprise Business di Samsung Europa. «Invece di sentirsi sovraccaricati di informazioni, sembra si sia sviluppata la capacità di fondere sfera personale e lavorativa a vantaggio di se stessi e delle aziende. Il rovescio della medaglia, tuttavia, è legato ai rischi sulla sicurezza dei dati».

Così, mentre è in arrivo per fine anno il regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Unione Europea, lo studio mostra l’esistenza dei cosiddetti “lavoratori hacker”. Questi, forti della propria dimestichezza con le nuove tecnologie, utilizzano a scopo lavorativo lo strumento che preferiscono, senza tener conto di policy o restrizioni aziendali. E anche su questo fronte gli italiani primeggiano: più di un terzo (34% contro il 26% europeo) hanno utilizzato i propri device per aggirare consapevolmente gli ostacoli imposti, per esempio per accedere a siti web di file-sharing, bloccabili sui dispositivi di lavoro. Percentuale di hacker che sale al 46% con i “Millennials”, i giovani tra i 18 e i 34 anni.

Tecnologia mobile, la lunga strada verso l’auspicato “work-life balance”

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