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analisi

Flessibilità, collaborazione, processi self-service: il lavoro nell’era del digitale

Le pratiche con il maggiore impatto sulla soddisfazione dei dipendenti sono la mobilità interna e la possibilità di lavorare in remoto. Ad affermarlo lo studio, condotto da IDC e promosso da Cornerstone OnDemand, che ha coinvolto gli HR manager di 16 Paesi europei. L’Italia adotta le postazioni flessibili, ma è fanalino di coda per mobilità interna e orari flessibili

04 Lug 2016

Gaia Fiertler

Flessibilità e felicità sul posto di lavoro. La ricerca europea di IDC Italia e Cornerstone Ondemand Future People. Le postazioni di lavoro nell’era della trasformazione digitale” mette in relazione le pratiche di lavoro flessibili con il grado di soddisfazione dei dipendenti. Ne emerge che il 71% degli HR e business manager è orgoglioso della propria azienda e la consiglierebbe. Ma la percentuale potrebbe scendere con le figure più operative, visto che le funzioni interpellate dovrebbero essere i portatori dei valori aziendali: la società di ricerca IDC, infatti, a inizio 2016 ha intervistato 1.352 HR e business manager di 16 Paesi europei. All’Italia va la maglia nera nell’endorsement, con solo il 59% dei manager soddisfatti. Tirano invece la volata i Paesi del nord Europa con l’88%, seguiti da Austria (84%) e Spagna (81%).

Le pratiche di lavoro flessibile con il maggiore impatto sulla felicità dei dipendenti, intesa come combinato composto di orgoglio, senso di appartenenza e “raccomandabilità” della propria azienda, sono la mobilità interna e i tool che rendono possibile il lavoro in remoto, con l’accesso a documenti condivisi ovunque ci si trovi. In particolare, l’indice di correlazione tra flessibilità e benessere è stato calcolato così: chi ha la possibilità di lavorare fuori dal proprio dipartimento è per il 19% più felice di chi non gode di mobilità interna; chi ha strumenti di mobile working è il per il 17% più contento di chi non ha questa possibilità. A seguire chi può imparare a usare i dispositivi digitali è per il 16% più soddisfatto della propria azienda e il per 15% chi la possibilità di usare i propri device o di lavorare da casa. Più bassa invece la correlazione tra felicità e orario flessibile (sono solo per il 10% più felici), attività ricreative in ufficio (per l’8%) e postazioni flessibili (per il 6%). Non piace granché non avere più la propria scrivania, come nemmeno lavorare in open space (correlazione negativa -2%). In pratica, più c’è una relazione di fiducia tra capi e collaboratori senza bisogno di controllo diretto, più i lavoratori si sentono soddisfatti e la fiducia è alla base del nuovo modo di lavorare in autonomia, il cosiddetto “Smart Working”.


Ma quanto sono flessibili le aziende europee?


Dall’analisi emerge che tra le possibilità che oggi le aziende offrono ai dipendenti al primo posto c’è quella di candidarsi per posizioni al di fuori della propria divisione (88%), al secondo il training sulle applicazioni digitali (83%). A seguire i dipendenti possono contare sulla disponibilità di tecnologie più recenti (79%), sull’orario flessibile (78%), sul lavoro in remoto (76%) e da casa (71%) e sugli open space (72%). Il mobile working è al 59%, massima espressione di libertà nel lavoro fuori ufficio; al 55% ci sono le attività ricreative e al 53% le postazioni flessibili. Mentre la possibilità di usare i propri device è al 52%, pur essendo uno degli elementi più apprezzati del mobile working.


Per alcuni aspetti l’Italia è sopra la media europea, per esempio, per sistemi IT accessibili attraverso nuovi dispositivi (69%), attività ricreative sul luogo di lavoro (67%) e postazioni flessibili (58%), mentre per pratiche più impattanti sull’engagement è sotto, come per la formazione sugli strumenti IT (73%), la mobilità interna (86%) e e gli orari flessibili (76%), che la pongono all’ultimo posto. Nord Europa, Spagna, Austria e Benelux sono i Paesi più maturi nelle pratiche flessibili, mentre l’Europa Centrale (Germania), UK e Est Europa (Polonia) sono più indietro, ma poi ci sono ulteriori differenziazioni a seconda della pratica considerata. In generale, le multinazionali devono tener conto della cultura dei diversi Paesi nelle loro politiche di lavoro flessibile.


Tra il dire e il fare, Smart Working ancora per pochi


Del 29% dei rispondenti che dicono che nella loro azienda non è possibile lavorare da casa, il 60% lo attribuisce alla natura stessa del lavoro che richiede presenza fisica (Operation, Produzione, HR e IT); il 52% a motivi di sicurezza dei dati; il 40% a una carenza di strumenti tecnologici; il 39% alle politiche HR; il 36% al tipo di leadership aziendale e il 15% alla paura di un calo di produttività.

«La digital trasformation non riguarda solo alla funzione IT, ma l’intera organizzazione. Proprio sugli aspetti culturali e organizzativi ci sono ancora margini di miglioramento nelle imprese europee, anche se hanno già fatto passi avanti», commenta Franco Gementi, Regional Sales Manager Italia di Cornerstone Ondemand. Infatti, anche dove si può lavorare da casa, la percentuale di persone coinvolte è molto bassa con una media del 13%, soprattutto nei settori delle telco, media, utility e business service, oltre che nei trasporti e nel pubblico. L’Austria è al primo posto (30%), seguita dai Paesi del Nord Europa (19%) e Benelux (17%), mentre Svizzera (8%) e Polonia sono il fanalino di coda (5%). Ma il trend è in crescita: il 59% dice di aver incrementato le pratiche di flessibilità negli ultimi due anni, anche se l’83% precisa che le attività in remoto non superano la metà dei compiti quotidiani. «Nel complesso, lavorare in ufficio è ancora vissuto come fonte di identità professionale, di relazione e di scambio di sapere e conoscenze. Per questo, favorire il lavoro da casa e in remoto può essere motivo di engagement fintanto che aiuti l’equilibrio tra lavoro e vita privata, ma solo in forma mista», commenta Giancarlo Vercellino, Research Consulting Manager di IDC Italia.

Questo vuol dire che andrà fatta più cultura di Smart Working non solo sui capi, ma anche sui lavoratori.

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