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Produttività

Ferie e lavoro, 5 italiani su 10 reperibili via email e telefono

Un lavoratore su due si occupa di questioni di lavoro per scelta in riva al mare o in montagna, per restare aggiornato su quanto accade in ufficio, ma il 48% ammette di sentirsi costretto a rispondere a email e chiamate. Uno studio di Randstad mette in luce come i confini tra orario di lavoro e tempo libero siano sempre più labili

27 Lug 2015

Gaia Fiertler

Altro che italiani pigri e lassisti, la connessione H24 ci ha fatto riscoprire solerzia e attivismo al lavoro. Anzi proprio fuori dall’orario di lavoro fino a organizzare delle vacanze di lavoro. Il Randstad Workmonitor del secondo trimestre rivela le nuove abitudini degli italiani, e non solo, con il digitale sottomano anche in ferie.

In pratica, oltre un italiano su due sarà disponibile tramite telefono e posta elettronica (55% contro la media globale del 47%) e non si lamenta. La maggioranza, infatti, sostiene di riuscire comunque a staccare con facilità (76%). Non solo, ma uno su due dice di occuparsi di questioni di lavoro per scelta in riva al mare o in montagna, per restare aggiornato su quanto accade in ufficio (al 4° posto, contro la media globale del 39%). Quasi un’altra metà, però, il 48%, ammette di sentirsi costretto a rispondere a email e chiamate (la media mondiale è del 38%).

Alla fine, con confini così labili tra lavoro e tempo libero, non stupisce neppure che il 78% degli italiani preferirebbe poter scegliere tra un corrispettivo in denaro e i giorni di ferie o di permessi.

L’indagine sul mondo del lavoro realizzata in 34 Paesi da Randstad, dedicata appunto al tema “Orario di lavoro e tempo libero: i confini si dissolvono”, riguarda una popolazione di età compresa tra i 18 e i 67 anni, che lavora per almeno 24 ore alla settimana e percepisce un compenso economico per questa attività (in Italia sono state intervistati 405 lavoratori).

«La ricerca mostra come si stiano dissolvendo confini socialmente condivisi del mondo del lavoro», afferma Marco Ceresa, AD di Randstad Italia, «una trasformazione radicale ed estremamente rapida, resa possibile dalle nuove tecnologie, che può costituire un’opportunità di maggiore produttività e raggiungimento degli obiettivi professionali. Ma che deve essere governata attraverso un’adeguata organizzazione del lavoro per evitarne effetti patologici sulla salute delle persone. La fotografia scattata, infatti, non mostra ancora piena consapevolezza delle conseguenze di questo processo di “commistione” tra lavoro e vita privata nel medio-lungo periodo. Aziende e lavoratori, in particolare le generazioni più giovani, la vivono come normale, ma emerge anche uno stato di ansia per la pressione a restare sempre connessi. È necessario da un lato interrogarsi sulle ripercussioni sociali profonde di una simile trasformazione, dall’altro assicurare l’equilibrio per garantire insieme la giusta flessibilità e il recupero psico-fisico durante il tempo libero».

Un’ampia disponibilità è infatti dimostrata non solo nei giorni di vacanza, ma anche nelle settimane lavorative fuori dall’orario d’ufficio, con una forte crescita rispetto a tre anni fa, quando era prerogativa solo di quattro lavoratori su dieci e si registravano differenze d’età. Ora, invece, il 67% dei dipendenti italiani ha un datore di lavoro che richiede la sua disponibilità fuori dall’orario di lavoro e senza distinzioni d’età. In questa buona o cattiva abitudine siamo al settimo posto (media globale 57%), con in testa la Cina (89%) e in coda la Svezia (40%), che ha una diversa cultura del lavoro.


Ma quanto è per scelta e quanto per imposizione, più o meno implicita, la reperibilità dei nostri colleghi? La maggioranza (60%) afferma di non essere dispiaciuta di occuparsi di questioni di lavoro nel tempo libero (media globale 56%), con un aumento di 4 punti percentuali rispetto al 2012 e la buona disposizione cresce soprattutto nella fascia tra i 18 e i 44 anni.

In generale, comunque, l’attenzione resta alta: il 69% dei lavoratori italiani risponde immediatamente a chiamate e messaggi di posta elettronica di lavoro (sopra la media globale del 56%), rivelando un bisogno di controllo e di efficienza che le tecnologie digitali consentono di soddisfare.

Ma, alla fine, c’è uno scambio: ben il 64% dei lavoratori nel mondo sbriga faccende personali in ufficio (era il 40% tre anni fa), mentre in questo caso gli italiani sono più diligenti con il 57%, ma anche loro si stanno abituando in fretta (+24% rispetto al 2013).

Infine, secondo il 55% dei lavoratori italiani, il datore di lavoro ha attuato una politica “Byod” (Bring your own device), che permette di portare i propri dispositivi personali e di usarli per scopo lavorativo. Una scelta che riguarda in media il 41% dei dipendenti nel mondo, in particolare nei Paesi asiatici a maggiore sviluppo, ma anche il 53% degli Usa, il 52% in Germania e Austria e il 48% in Svizzera e Norvegia.

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