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Analisi

Export e innovazione creano lavoro per i giovani

Le aziende che puntano sulla digitalizzazione hanno un ruolo cruciale nell’occupazione giovanile, ma devono affrontare una serie di ostacoli che ne rallentano la crescita: la carenza di competenze di carattere tecnico-scientifico e digitale, la mancanza di incentivi fiscali e il difficile accesso a finanziamenti. Lo studio di Accenture e del G20 Young Entrepreneurs’ Alliance

07 Nov 2014

Gaia Fiertler

Le aziende più innovative sono anche quelle che promettono più posti di lavoro, il 91% contro il 61% di quelle che considerano l’innovazione meno rilevante. Ma poi, anche le prime, si scontrano con le solite difficoltà. Non solo e non tutte italiane ma, piuttosto, globali, come emerge dallo studio di Accenture e del G20 Young Entrepreneurs’Alliance (G20 YEA), “The promise of digital entrepreneurs: creating 10 million youth jobs in the G20 countries”, basato su una survey condotta da Harris Interactive e che ha coinvolto oltre mille aziende tra marzo e aprile 2014. La ricerca analizza le opinioni di oltre mille imprenditori nei Paesi del G20 e mette in evidenza i fattori che limitano la creazione di nuovi posti di lavoro, nonché la crescita economica delle diverse nazioni. L’85% ritiene di avere un ruolo cruciale nel futuro dell’occupazione giovanile, ma si trova di fronte a una serie di ostacoli che ne rallentano la crescita. Più di tre quarti, infatti, dice di far fatica a trovare le giuste competenze (78%), soprattutto di carattere tecnico-scientifico (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) e digitale, mentre il 62% pone questo gap fra le prime tre problematiche in fase di recruiting. Gli altri grandi ostacoli alle assunzioni sono la mancanza di incentivi fiscali (54%) e il difficile accesso a finanziamenti.

Fonte: Accenture e G20 Young Entrepreneurs’ Alliance (G20 YEA), ''The promise of digital entrepreneurs: creating 10 million youth jobs in the G20 countries''

Se queste barriere fossero abbattute secondo le spettative degli imprenditori, Accenture stima che il numero di giovani disoccupati scenderebbe da 41,8 milioni a 31,3 milioni, producendo potenzialmente oltre 10 milioni di posti di lavoro.

Dal punto di vista delle azioni intraprese dal proprio governo per sostenere nuovi posti di lavoro, solo un quarto del campione considera rilevanti ed efficaci le azioni. Come commenta Bruno Berthon, Responsabile cross-industry di Accenture Strategy, «anche se non esiste una soluzione semplice al problema della disoccupazione giovanile, questo studio fornisce evidenze che suggeriscono come gli imprenditori possano svolgere un ruolo chiave nella creazione di occupazione. Le tecnologie digitali stanno infatti abilitando e accelerando l’imprenditorialità ma, in molti casi, il contesto legislativo e normativo fatica a tenere il passo. I Paesi che saranno in grado di promuovere e sostenere l’imprenditorialità riusciranno a creare nuovi posti di lavoro, a risanare la crescita e a migliorare la qualità complessiva della vita dei propri cittadini». La difficoltà a reperire finanziamenti è un problema che non riguarda solo le nuove imprese: il 32% di quelle che cercano di espandersi a livello globale pone infatti l’accesso a finanziamenti internazionali tra le prime tre preoccupazioni e il 59% di queste sono in attività da oltre tre anni. «Gli imprenditori sono alla ricerca di un contesto normativo semplificato che offra una combinazione di incentivi fiscali e un maggiore accesso a finanziamenti più flessibili», continua Berthon.

A frenare l’internazionalizzazione risultano, al primo posto, i costi logistici (37%) e, al secondo, l’individuazione del partner giusto nei nuovi mercati (35%). Non da poco neppure la difficoltà a trovare professionalità adeguate in loco (27%). Ad ogni modo, se il 70% delle imprese nate negli ultimi 12 mesi sta già pensando a una espansione internazionale, tuttavia globalizzazione non significa solo posti di lavoro nei mercati esteri. Al contrario, l’86% degli intervistati si aspetta di aumentare la forza lavoro nel Paese di origine a un ritmo più veloce rispetto a quella che sarà la crescita all’estero. Cosa chiedono allora al governo del proprio Paese per essere invogliati ad assumere? Incentivi fiscali prima di tutto, ma anche flessibilità del mercato del lavoro e tanta formazione tecnico-scientifica, prima con un maggiore collegamento fra studi secondari e bisogni dell’impresa e durante con la formazione continua finanziata dal pubblico.

Le richieste ai governi, invece, per l’espansione all’estero riguardano soprattutto l’abbattimento delle barriere commerciali, un più facile accesso a fondi internazionali, un aiuto nell’individuare partner locali, una riduzione della burocrazia e delle restrizioni agli investimenti stranieri, leggi internazionali comuni e una maggiore mobilità dei talenti.

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