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il lavoro che cambia

Automazione, robotica e intelligenza artificiale, un’opportunità per il 65% dei lavoratori italiani

L’80% dei dipendenti considera positivamente il crescente impatto della tecnologia sul mondo del lavoro, e l’87% vuole acquisire più competenze per garantire la propria occupabilità in futuro. I dati del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale dedicata al mondo del lavoro

31 Gen 2019

Redazione

Due terzi dei dipendenti italiani ritiene che, nei prossimi cinque o dieci anni, automazione, robotica e intelligenza artificiale influenzeranno positivamente il loro lavoro. L’80% considera positivamente l’impatto che la tecnologia potrà avere sul mondo del lavoro, in generale.

A darne evidenza l’ultima edizione del Randstad Workmonitor, l’indagine trimestrale dedicata al mondo del lavoro condotta in 34 Paesi, che coinvolge in Italia oltre 1600 lavoratori dipendenti fra i 18 ed i 65 anni.

Lo studio ha rivelato come sia diffuso un atteggiamento favorevole dei lavoratori italiani nei confronti dell’intelligenza artificiale, vissuta come per migliorare il modo di lavorare e uno stimolo per acquisire nuove competenze. È emerso anche che l’offerta e la padronanza di competenze digitali non è ancora sufficiente a gestire un cambiamento sociale, culturale e tecnologico profondo. Infatti, gli italiani sono i primi nel mondo del lavoro a vivere come un obbligo la necessità di sviluppare nuove competenze e tenersi aggiornati per tenere il passo con i progressi digitali (80%), a tal punto che l’87% sente la necessità di acquisire continuamente nuove digital skills per mantenersi competitivi sul mercato. La carenza di attenzione sulle competenze digitali è avvertita dagli italiani sia nelle imprese, dove solo il 41% offre corsi di formazione sull’argomento ai propri dipendenti, e nelle istituzioni scolastiche e universitarie, che solo secondo il 50% dei dipendenti forniscono agli studenti le conoscenze necessarie per prepararli ai lavori del futuro. A queste mancanze i dipendenti sopperiscono investendo autonomamente nella propria formazione digitale (56%).

«Dalla ricerca emerge come sia cambiata la percezione dell’intelligenza artificiale fra gli italiani, vista non più come un pericolo ma bensì come un’opportunità», commenta Marco Ceresa, Amministratore Delegato Randstad Italia. «La partita per cogliere tutti i benefici dell’intelligenza artificiale si gioca, però, sulla capacità del sistema formativo e delle imprese di sviluppare le competenze digitali di studenti e lavoratori e su questo piano la strada da fare è ancora lunga. Solo il 50% degli italiani ritiene che le università forniscano agli studenti le giuste competenze digitali per prepararli al loro futuro nel mondo del lavoro (32sima posizione su 34 paesi; -18% rispetto alla media globale e -15% rispetto alla media europea) e meno della metà del campione afferma che la propria azienda investe in applicazioni di intelligenza artificiale o nella formazione dei dipendenti sul tema. Per gestire un cambiamento culturale e sociale così profondo è necessario un progetto a lungo termine che metta insieme il contributo di lavoratori, scuole e imprese».

L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro

Otto italiani su dieci ritengono che l’impatto della tecnologia sul mondo del lavoro crescerà e l’80% vive le nuove tecnologie come un’opportunità (l’80%, +6% sulla media globale e 10% sulla media europea). In Europa soltanto Grecia (82%) e Portogallo (83%) sono più ottimisti. Il 65% dei lavoratori, invece, è convinto che automazione, robotica e intelligenza artificiale avranno un impatto positivo sul loro lavoro (+25% rispetto al 2014), sei punti in più rispetto alla media globale e ben dodici rispetto alla media dei paesi europei, fra cui soltanto la Polonia (68%) ha un atteggiamento più favorevole.

Il problema delle competenze

L’atteggiamento cambia se si guarda alle competenze necessarie per gestire i cambiamenti portati dall’intelligenza artificiale. Soltanto il 47% degli italiani ritiene che servirà un mix di abilità diverse da quelle già in loro possesso, contro il 58% della media globale. In Europa soltanto Austria (45%), Lussemburgo (45%), Olanda (45%), Grecia (43%), Ungheria (43%) e Svezia (40%) si mostrano più fiduciosi delle proprie competenze. Ma gli italiani sono anche i primi fra le popolazioni analizzate a sentirsi sotto pressione per restare aggiornati sugli sviluppi delle tecnologie digitali: l’80%, ben 33 punti in più della media globale e 38 più della media europea. L’87% dei dipendenti, inoltre, vuole acquisire più competenze per garantire la propria occupabilità in futuro (+7% rispetto alla media globale e +9% sulla media europea), dodicesimi nella classifica globale e quinti in Europa dietro a Polonia (88%), Spagna (88%), Portogallo (89%) e Romania (89%).

Una carenza di competenze digitali che inizia nelle scuole e nelle università, con solo il 50% del campione che pensa che gli studenti ricevano le conoscenze adeguate per prepararsi al mondo del lavoro (terzultimi nella classifica globale con 18 punti in meno della media, -15% rispetto alla media europea e -23% rispetto alla media del Nord Europa). Delusi dal sistema formativo, i lavoratori si rivolgono alle imprese per ricevere quella formazione digitale di cui sentono di avere bisogno. L’81%, infatti, crede che sia compito del datore di lavoro predisporre piani di formazione per consentire ai dipendenti di acquisire le competenze digitali mancanti, contro il 76% della media globale, ma soltanto il 41% del campione dichiara che l’azienda in cui lavora sta investendo nella formazione dei dipendenti su intelligenza artificiale e machine learning (46% dei lavoratori 18-45enni e 35% dei senior), contro il 44% della media globale. Poche anche le imprese che stanno investendo nelle tecnologie legate all’intelligenza artificiale: lo afferma solo il 47% del campione italiano (due punti sotto la media dei paesi analizzati), con una forbice ridotta fra generi (49% uomini e 46% donne) e un divario più ampio fra lavoratori giovani (55%) e senior (38%). La conseguenza per non farsi trovare impreparati è quella di investire personalmente nella propria formazione sul tema (56%, -3% sulla media globale), in particolare gli uomini (60%, contro 52% delle donne) e i più giovani (61%, contro il 49% dei lavoratori senior).

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