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Gender gap: timidi segnali positivi, ma c’è ancora molto da fare

Sulla parità fra uomo e donna nel posto di lavoro, l’Italia è fanalino di coda secondo il WEF. Le ragazze si laureano di più e meglio, ma restano indietro nella gerarchia aziendale. E la proroga della Legge Golfo-Mosca sulle quote di genere nei CdA si fa attendere

08 Mar 2019

Paola Capoferro

Sono quasi tre milioni le donne che ricoprono ruoli di responsabilità nelle imprese italiane, raggiungendo così il 26,7% delle posizioni apicali totali. Qualche piccolo passo in avanti c’è stato quindi per colmare il gender gap: nell’ultimo anno si è registrata una crescita dell’1% degli incarichi di vertice. Aumentano in particolare gli amministratori donne: la loro crescita è stata del 3,1%. A rilevarlo l’indagine sull’imprenditoria femminile in Italia, condotta dal centro studi CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa), secondo cui “nonostante ostacoli e difficoltà, le imprese al femminile hanno una marcia in più”.

Disaggregando il dato complessivo, quello che emerge è che i ruoli di Amministratore sono oltre 1milione, 840mila quelli di titolare d’impresa, 620mila quelli di socie e 240mila le altre cariche.

Qualcosa si sta muovendo, dunque, ma il gender gap è ancora troppo ampio. Che fare? Una possibilità è forzare l’equilibrio di genere per via normativa. Si dibatte, infatti, sull’opportunità di prorogare la scadenza del 2022 della legge Golfo-Mosca, in vigore dal 2011, che, per contrastare la discriminazione nei confronti delle donne nei consigli di amministrazione delle aziende, obbliga le società quotate a riservare un terzo dei posti nei board di controllo alla rappresentanza femminile.

Secondo Mariano Corso del Politecnico di Milano: «Prorogare la Legge Golfo-Mosca sulle quote di genere nei CdA è una misura necessaria per dare un segnale importante e per evitare pericolosi passi indietro, ma di certo non basta. Le vere pari opportunità non si costruiscono nei CdA o nei Collegi Sindacali. Sono altre le vere stanze dei bottoni, altre le palestre di sviluppo professionale. Per creare pari opportunità bisogna promuovere un cambiamento di cultura e modelli organizzativi per incoraggiare e promuovere la leadership delle donne e vigilare perché non ci siano discriminazioni e disparità di trattamento fin dai livelli operativi e poi ad ogni livello di crescita manageriale».

Scardinare stereotipi sociali non è semplice. C’è molto da fare e da spiegare: ben vengano le tante iniziative che per fortuna le donne italiane continuano a promuovere, come quella appena lanciata dalla collega Mila Fiordalisi su CorCom, con l’hashtag #metech.

Secondo il report Global Gender Gap 2018 del World Economic Forum, l’Italia resta il fanalino di coda tra i maggiori Paesi avanzati, con un gender gap ancora troppo elevato. Dall’82esimo posto del 2017 ha raggiunto infatti il 70esimo posto su 149 Paesi. Rispetto agli altri paesi dell’Europa Occidentale è quartultima, con una performance superiore solo a quella di Grecia, Malta e Cipro, è ultima se si considerano i big del mondo industrializzato. Sebbene qualche passo in avanti sia stato fatto, secondo il report occorreranno ancora 202 anni per ottenere la parità sul posto di lavoro. In generale il numero di donne che lavora resta molto inferiore a quello degli uomini e l’era dell’automazione sta avendo ricadute negative, perché impatta soprattutto i lavori che tradizionalmente sono svolti dalle donne. Inoltre nel 2018 le donne che hanno ricoperto posizioni di leadership sono state appena il 34% e persiste il trend che le vede poco rappresentate nelle professioni che richiedono una preparazione tecnico-scientifica, ovvero nelle materie STEM (Science, Technology, Engineering and Math).

«Le donne si laureano percentualmente più degli uomini, ma non nelle discipline dell’informatica e dell’ingegneria dove la loro quota scende sotto il 25% – continua Corso -. È uno squilibrio pericoloso che rischia di far aumentare il gender gap nel mondo del lavoro, in quanto proprio l’informatica e l’ingegneria sono alla base di molte delle professionalità del futuro. Una bassa partecipazione di donne allo sviluppo del mondo digitale, inoltre, rischia di rendere quest’ultimo meno aperto e inclusivo, finendo per incorporare nei sistemi software e negli algoritmi che regoleranno le società, stereotipi e pregiudizi tipici di una cultura maschile. Per questo occorre lavorare a due livelli. Innanzitutto contrastare, a partire da famiglia e scuola, condizionamenti sociali e pregiudizi di genere che scoraggiano le ragazze a orientarsi verso lo studio di discipline STEM. Inoltre, bisogna vigilare perché nelle aziende e nelle funzioni del comparto tecnologico, si combattano le discriminazioni di genere che oggi sono molto frequenti e spingono tante donne ad abbandonare le carriere in quegli ambiti».

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