Il lavoro del futuro

Digital transformation nelle PMI: l'83% è a caccia di nuove competenze, ma è difficile trovarle

Il mismatch tra domanda e offerta emerge chiaramente sul fronte delle competenze tecnico-digitali: il 58% delle aziende che reputa necessarie nuove skill in ambito produttivo non trova il personale. Si fa fatica anche con quelle soft. Secondo i risultati dello studio Market Watch di Banca Ifis il trend è destinato a protrarsi nel prossimo triennio

14 Dic 2021

Redazione

Quasi 8 PMI su 10 (83%) dovrà assumere personale con nuove competenze per intraprendere la trasformazione digitale che sta ridefinendo i processi e l’organizzazione del lavoro (tecniche produttive e relazioni con i clienti, comprese). Il trend, già presente in tutto il triennio 2019-2021, si riconferma anche per il prossimo. Ad affermarlo l’ultimo Market Watch Pmi di Banca Ifis, realizzato in collaborazione con Format Research su un campione rappresentativo di 500 aziende.

I profili tecnici e digitali che mancano alle PMI

Il divario tra domanda e offerta rimane ampio. Otre la metà delle PMI oggi non riesce a trovare personale con profili tecnici adeguati. Non solo, si fa fatica anche per i profili con competenze digitali e, in particolare, per quelli specializzati in tecnologie 4.0. In particolare, quello che serve al 59% delle PMI sono nuove competenze legate alle tecniche di produzione specifiche per il settore di riferimento; al 28% collaboratori in grado di gestire soluzioni digitali; al 26% profili amministrativi e al 24% soggetti con competenze specifiche dell’ambito industria 4.0. L’8%, infine, avrebbe bisogno di risorse esperte nell’area Smac (social, mobile, analytics, cloud). Tuttavia, c’è un dato positivo: solo il 10% delle PMI si è lasciato scoraggiare dalle difficoltà, rallentando la ricerca di talenti.

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Soft skill, così importanti così difficili da trovare

Dallo studio è emerso che le PMI sono alla ricerca anche di competenze trasversali, le cosiddette soft skill: abilità personali che riguardano capacità come il saper lavorare in team, essere flessibili, risolvere problemi,  ovvero quelle capacità relazionali o di comunicazione in grado spesso di fare la differenza all’interno di un gruppo, e che pesano in media per quasi la metà (45%) nel profilo tipo ricercato dalle aziende. Ai primi posti tra le soft skill più richieste ci sono il team working (63%), il problem solving (52%), la flessibilità (40%) e la capacità di comunicazione (38%). Purtroppo anche le abilità “soft” risultano difficili da incrociare, in particolare la flessibilità (40%), il problem solving e la capacità decisionale (entrambe al 37%), la gestione dello stress (35%).

Servono nuove digital skill

In poche parole ciò che sta avvenendo è quello che gli esperti delle Risorse Umane indicano col termine skill mismatch, ovvero uno scollamento tra domanda e offerta di competenze che in questo caso risulta particolarmente marcato nell’ambito delle conoscenze tecnico-digitali: il 58% delle aziende che reputa necessarie nuove skill in ambito produttivo non trova le persone, così anche il 37% delle imprese che considera fondamentale la capacità di gestione delle tecnologie 4.0.

L’importanza della formazione

In questo contesto, tutte le aziende concordano sull’importanza fondamentale della formazione interna per contrastare il veloce invecchiamento delle competenze dovuto al progresso tecnologico. Le aree considerate prioritarie per l’aggiornamento si confermano le tecniche di produzione (52%), le abilità digitali (51%) e le tecnologie 4.0 (40%).

La ricerca del personale nelle PMI

Infine, dallo studio emerge con chiarezza anche che la richiesta di conoscenze specifiche non è destinata a esaurirsi nel breve periodo. Nel prossimo triennio, infatti, le figure esperte di tecniche produttive rimarranno le più ricercate (42%), seguite da quelle che con competenze digitali e 4.0 (entrambe al 39%). Ad oggi, quasi la metà delle aziende (48%) dichiara di affidarsi al passaparola e alle relazioni territoriali per trovare le persone giuste, il 41% alle società di selezione del personale. Solo il 14% attiva collaborazioni con Università e Istituti Tecnici Superiori e il 6% si rivolge ai centri per l’impiego.

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