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Futuro del lavoro

Il robot non ci ruberà il lavoro. Ma dobbiamo investire nel capitale umano

Il futuro del lavoro nel nuovo report della Banca Mondiale: nessun allarmismo sull’era dell’automazione ma per le professioni di domani servono competenze cognitive avanzate, capacità socio-comportamentali e versatilità. Si tratta di una nuova occupazione rimodellata dalla tecnologia

01 Mar 2019

Patrizia Licata

Il dibattito sul futuro del lavoro è oggi incentrato sull’impatto delle tecnologie di automazione e intelligenza artificiale e sulla diffusione della gig economy, in cui le aziende si servono di lavoratori autonomi per incarichi a breve termine. Perderemo il posto a vantaggio dei robot e diventeremo tutti precari? Secondo il Rapporto sullo sviluppo mondiale 2019, realizzato dalla Banca Mondiale l’allarmismo è ingiustificato: la quarta rivoluzione industriale – tema centrale anche dell’ultimo World Economic Forum di Davos – creerà occupazione. Solo a un patto, però: investire in capitale umano. Se da un lato le economie avanzate hanno perso posti di lavoro nel manufacturing, dall’altro è anche vero che stiamo assistendo a una rinascita del settore industriale nell’Asia orientale; questo ha più che compensato la perdita, i lavoratori si stanno “trasferendo”, non scomparendo.

Gli spostamenti sul mercato del lavoro

Si tratta di una nuova occupazione rimodellata dalla tecnologia, che esige competenze diverse. Già oggi è in calo la domanda di risorse poco qualificate, che possono essere sostituite dall’automazione, mentre aumenta la richiesta di competenze cognitive avanzate, capacità socio-comportamentali e combinazioni di competenze associate a una maggiore versatilità. Questo modello si fa strada anche in alcuni paesi in via di sviluppo: in Bolivia, dal 2000 al 2014, il tasso di occupazione nelle professioni altamente qualificate è aumentato dell’8 per cento, in Etiopia del 13 per cento. Nelle economie avanzate gli aggiustamenti sul mercato del lavoro sono evidenti da almeno vent’anni con lo spostamento dell’occupazione dal settore industriale a quello dei servizi. Per esempio, in Portogallo, in Spagna e a Singapore dal 1991 la quota di occupazione industriale è diminuita del 10 per cento o più. In Asia orientale, al contrario, l’occupazione industriale sta crescendo per effetto dell’aumento dei redditi e quindi della domanda di beni e tecnologia, ma anche perché i governi hanno favorito l’ingresso sul mercato del lavoro di giovani altamente qualificati. Queste risorse, con l’ausilio delle nuove tecnologie, hanno contribuito a potenziare la produzione manifatturiera: il miglioramento del capitale umano ha fornito lo stimolo alla crescita occupazionale.

Come salvare il lavoro

In qualunque regione del mondo l’investimento più sicuro che persone, imprese e governi possono fare per proteggere l’occupazione è dunque il capitale umano, conclude il report, perché il ruolo preponderante e via via crescente della tecnologia nella vita professionale e privata esige competenze cognitive sempre più avanzate, anche per svolgere lavori “meno qualificati”. Tali competenze includono le capacità socio-comportamentali, fondamentali per l’accesso alle professioni che richiedono interazione interpersonale e che non saranno facilmente sostituite dalle macchine. Per questo la Banca Mondiale suggerisce di investire fin dall’istruzione della prima infanzia per sviluppare le nuove competenze e di non trascurare la formazione continua per gli adulti. Altra area di intervento è la protezione sociale, che va adattata alla natura mutevole del lavoro. Gli incentivi politici e le risorse pubbliche per la formazione, il lavoro e la previdenza svolgono un ruolo cruciale: senza l’impulso dei governi è più difficile investire in modo efficace in capitale umano.

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