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Lavoro e salute

Burnout: che cos'è l'esaurimento da lavoro?

Avere poche energie, scarsa motivazione sul lavoro, sentirsi schiacciati dagli impegni. Sono questi i primi segnali d’allarme da tenere monitorati per capire se si soffre di burnout. Tutto quello che c’è da sapere

01 Lug 2019

La sindrome di burnout – o di esaurimento da lavoro – è l’esito di una continua sollecitazione allo stress sul posto di lavoro che porta a un logorio piscofisico ed emotivo.

Le prime manifestazioni di burnout furono riscontrate all’inizio degli Anni ’70, mettendo in evidenza come questo tipo di patologia colpisse le cosiddette professioni d’aiuto o “helping profession” ma anche coloro che, pur avendo obiettivi lavorativi diversi dall’assistenza, entrano continuamente in contatto con persone che vivevano stati di disagio o sofferenza, come medici, infermieri, poliziotti, vigili del fuoco, assistenti sociali, caregiver. Oggi, è ormai opinione comune, che il burnout possa essere associato a qualsiasi contesto lavorativo con alte e pressanti condizioni di stress, come ad esempio posizioni di grande responsabilità lavorativa. Tra uomini e donne, sarebbero queste ultime le più esposte al rischio di esaurimento.

La psichiatra americana Christina Maslach, nel 1975, ha definito il burnout come “una perdita di interesse verso le persone con cui si svolge la propria attività (pazienti, assistiti, clienti, utenti, ecc), una sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e riduzione delle capacità personali che può presentarsi in persone che, per professione, sono a contatto e si prendono cura degli altri”.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il burnout indica di fatto un “fenomeno occupazionale”, una “sindrome” che è il risultato di condizione di stress cronico, sul luogo di lavoro, non bene gestita. Questa è la nuova definizione inserita nella nuova revisione (l’11esima per la precisione) dell’International Classification of Disease (Icd) – la tabella globale che racchiude tutte le patologie e le condizioni di salute, che fanno riferimento ai “problemi associati alla sfera lavorativa e alla mancanza di occupazione”.

Quali sono i sintomi del bornout?

L’Oms ha fornito un elenco di sintomi per riconoscere e diagnosticare questa sindrome. Il problema si manifesta su tre livelli: si parte con una sensazione di depauperamento delle energie o di esaurimento, che sfocia in un aumento della distanza mentale dal proprio lavoro oppure nella presenza di sensazioni di negativismo o cinismo sul proprio impiego. Infine, c’è una diminuita efficacia lavorativa.

Il coach Roberto D’Incau, esperto di Diversity & Inclusion e fondatore della società di consulenza HR Lang&Partners, ha proposto una lista di sintomi del burnout, più dettagliata: sentirsi sempre stanchi, sin dalla mattina appena svegli, e non riuscire a dormire; vivere tutto con molta ansia; sentirsi demotivati, senza stimoli, con la sensazione che non si riesce a dare il meglio, o costantemente sottovalutati o ostracizzati; non avere tempo per fare le cose, comprese le piccole abitudini quotidiane, e sentirsi schiacciati dagli impegni; avere malattie psicosomatiche.

Quando le persone iniziano ad avere questo tipo di problemi sul lavoro si assentano, commettono errori e diventano distratte. Può capitare che diventino anche aggressive con chi in genere vanno d’accordo.

Le cause più diffuse del bornout

Tra le principali cause del burnout spiccano l’età – nei primi anni lavorativi più accadere più facilmente -, il sesso – le donne sono più soggette rispetto agli uomini -, e la presenza o meno di un compagno al proprio fianco – i single sono più a rischio -.

Le motivazioni, in generale, possono essere molteplici: scadenze complesse, problemi con i colleghi di lavoro, fattori di stress familiare. Tra gli elementi che riguardano il lavoro spiccano:

  • aumento di responsabilità senza la giusta compensazione;
  • frequenti conflitti nella programmazione del lavoro o interruzioni;
  • cambiamenti organizzativi o cambiamento di mansioni;
  • termini e scadenze irrealistici;
  • programmi che cambiano spesso;
  • difficili interazioni con colleghi o clienti (rabbia, invidie…);
  • per chi fa lavori manuali l’esposizione alle intemperie e il sollevamento di carichi pesanti.

E non solo, secondo Maslach, la mancanza di coinvolgimento del lavoratore nelle decisioni che riguardano il suo ambito lavorativo è un serio fattore di rischio, perchè fa vivere le cose come imposte. Ma anche le aspettative poco certe possono causare il burnout: un’ambiguità di ruolo, dettata da scarse informazioni sulla posizione, o un conflitto di ruolo, che nasce di fronte a richieste ritenute incompatibili con il ruolo professionale o un sovraccarico oltre le proprie responsabilità. In generale è il non sentirsi motivati a essere una delle cose cui prestare più attenzione. Un burnout sottovalutato e prolungato secondo gli esperti può diventare un vero problema di salute, una malattia cronica.

Il burnout digitale

Il crescente utilizzo di dispositivi digitali per lavorare al di fuori del luogo di lavoro, amplifica il fatto di essere contattabili 24 ore su 24, 7 giorni su 7: si sta diffondendo così l’abitudine di completare le attività lavorative al di fuori dell’orario di lavoro tradizionale. L’uso eccessivo dei dispositivi digitali per lavoro è la causa principale del burnout digitale, con molti dipendenti incerti su quando poter spegnere.

A testimoniarlo alcuni studi condotti dalla University of British Columbia e dalla Colorado State University, che hanno rivelato come i lavoratori che controllano la posta elettronica solo tre volte al giorno sperimentano molto meno stress rispetto a coloro che devono rispondere alle email di lavoro in ore non lavorative.

Oltre all’aumento dello stress, il burnout digitale causa anche problemi di insonnia e deteriora le relazioni private, e si traduce in una diminuzione dell’efficacia organizzativa sul posto di lavoro.

I governi cominciano a prendere consapevolezza del problema: il governo francese, ad esempio, indica il burnout digitale come una delle principali cause del ritardo rispetto agli altri paesi europei in termini di prestazioni organizzative. È nata da qui l’idea di emanare una legge sul lavoro che richiede alle organizzazioni di garantire ai dipendenti il “diritto di disconnettersi” dalla tecnologia nelle ore non lavorative. Per contrastare il burnout digitale è fondamentale definire chiaramente i confini tra vita privata e professionale, e ridurre l’onere del lavoro e il sovraccarico informativo.

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