Ricerche e studi

Benessere organizzativo: le nuove tecnologie aiutano a vincere ansia e stress da lavoro

Con la pandemia la salute mentale è diventata non solo una questione sociale più ampia, ma una delle principali sfide sul posto di lavoro. L’83% della forza lavoro globale vorrebbe che la propria azienda fornisse tecnologia per supportare benessere psicofisico e salute, come l’accesso ad app per il benessere o la meditazione e chatbot per rispondere velocemente a domande relative alla salute

08 Ott 2020

Simona Politini

“La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità”, Questa definizione di “salute” contenuta nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si lega perfettamente al concetto di “benessere organizzativo” sviluppato dal professore di psicologia del lavoro Francesco Avallone. “Il benessere organizzativo − scrive il professore − si riferisce alla capacità di un’organizzazione di promuovere e di mantenere il più alto grado di benessere fisico, psicologico e sociale dei lavoratori in ogni tipo di occupazione”. Proprio nell’ottica di individuare nuove strade e soluzioni tecnologiche a supporto del benessere organizzativo, Oracle e Workplace Intelligence, società di consulenza e ricerca per le risorse umane, hanno realizzato uno studio per verificare l’impatto del Covid-19 sul benessere psicologico in ambito lavorativo.

La ricerca, che ha coinvolto oltre 12mila persone tra dipendenti, manager, leader delle risorse umane e alti dirigenti in 11 paesi del mondo − da Stati Uniti, Regno Unito, Emirati Arabi Uniti, Francia, Italia, Germania, India, Giappone, Cina, Brasile e Corea a Italia compresa −, ha rilevato come la pandemia ha aumentato lo stress, l’ansia e il rischio di burnout sul posto di lavoro per le persone ovunque. Emerge, inoltre, che chi si trova difficoltà preferirebbe rivolgersi a “bot” potenziati dall’Intelligenza Artificiale, invece che ad altre persone.

Lavoro da remoto e benessere organizzativo

Secondo la ricerca, il 62% delle persone intervistate nel mondo (il 59% dei lavoratori in Italia) trova il lavoro da remoto più interessante ora, rispetto a prima della pandemia, affermando di aver avuto più tempo da trascorrere con la famiglia (51%), per riposare (31%) e per portare a termine i propri compiti (30%). Tuttavia le persone in tutto il mondo stanno combattendo con gravi problemi legati al lavoro ai tempi del Covid-19:

  • il 70% delle persone ha sentito più stanchezza e ansia sul lavoro quest’anno rispetto a qualsiasi altro anno precedente. Ciò ha prodotto un impatto negativo sul benessere psicologico del 78% della forza lavoro globale, causando in particolare più stress (38%), mancanza di equilibrio tra lavoro e vita privata (35%), burnout (25%), depressione da assenza di socializzazione (25%) e solitudine (14%);
  • le nuove pressioni subite a causa della situazione globale si sono sovrapposte ai fattori di stress abituali legati al lavoro, tra cui la pressione per raggiungere i risultati (42%), la gestione di attività noiose e/o di routine (41%) e il fatto di dover affrontare carichi di lavoro sentiti come ingestibili (41%).

Inoltre, dato che i confini tra il mondo personale e quello professionale, con il lavoro da remoto, si sono sfocati, il 35% delle persone ha dichiarato di aver lavorato oltre 40 ore in più ogni mese e il 25% delle persone nel mondo dichiara di aver sperimentato un burnout per il super lavoro.

Anche i lavoratori italiani hanno dichiarato livelli di stress e ansia molto superiori, anche se in misura minore rispetto al risultato globale della ricerca. Il 62% ritiene infatti che questo è stato l’anno più stressante di sempre e il 65% dichiara di aver vissuto un impatto negativo sul proprio benessere psicologico.

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Con la nuova situazione legata al lavoro a distanza le demarcazioni tra vita personale e professionale si sono sfumate; in generale il peso del Covid-19 sulla salute mentale è risultato significativo, ed è qualcosa che riguarda i lavoratori di ogni settore e paese” ha commentato Dan Schawbel, managing partner, di Workplace Intelligence.

I dipendenti scelgono gli AI robot contro ansia e stress da lavoro

La mancanza di benessere al lavoro non compromette solo la vita professionale ma anche quella privata. Ne è convinto l’85% delle persone a livello mondiale – e il 78% degli italiani – che pensa che i problemi di salute mentale e benessere psicofisico legati al lavoro (ad esempio stress, ansia e depressione) si riflettono su ogni aspetto del quotidiano. Le ripercussioni più comuni riportate a livello globale sono state: privazione del sonno (40%), cattiva salute fisica (35%), riduzione della serenità domestica (33%), sofferenza nei rapporti familiari (30%) e isolamento dagli amici (28%). Per tali ragioni i lavoratori di tutto il mondo (Il 76% del campione globale, e il 66% degli italiani) vorrebbero che le loro aziende offrissero più supporto per la salute mentale.

Le conseguenze della crescita di ansia e stress da lavoro ha portato i ricercatori a interrogarsi su quali potessero essere gli strumenti tecnologici in grado di supportare il benessere organizzativo. Lo studio ha così rilevato che l’83% della forza lavoro globale vorrebbe che la propria azienda fornisse tecnologia per supportare il benessere psicofisico e la salute, come ad esempio servizi di accesso self-service alle risorse sanitarie (36%), servizi di consulenza su richiesta (35%), strumenti proattivi di monitoraggio della salute (35%), l’accesso ad app per il benessere o la meditazione (35%) e chatbot per rispondere velocemente a domande relative alla salute (28%). Ed è qui che emerge l’aspetto più interessante dell’analisi sul benessere lavorativo nel post pandemia svolta da Oracle e Workplace Intelligence: il 68% delle persone interpellate a livello globale – e il 57% degli italiani, in particolare – preferirebbe parlare con un robot piuttosto che con il proprio manager dello stress e dell’ansia da lavoro e l’80% delle persone (71% per l’Italia) è aperta all’idea di utilizzarlo come consulente o terapeuta. Questo perché le persone ritengono che un’Intelligenza Artificiale possa creare una “free zone”, una “zona priva di giudizio” (34%), che possa essere un interlocutore imparziale (30%) e che possa fornire risposte rapide su domande specifiche relative alla propria salute mentale (29%).

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Si può fare molto per supportare la salute mentale della forza lavoro – e ci sono tanti modi in cui la tecnologia come l’AI può aiutare. Ma prima di tutto le organizzazioni devono mettere il benessere mentale delle persone tra le proprie priorità. Se riusciamo a far partire una riflessione aperta e costruttiva sull’argomento, sia a livello delle risorse umane che a livello dirigenziale, possiamo attivare un cambiamento. Ed è giunto il momento di farlo“, ha commentato Emily He, vicepresidente senior, Oracle Cloud HCM.

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