Big tech

La Apple di Tim Cook oltre ogni aspettativa: superati i 3 trilioni. Analisi di un successo clamoroso

A inizio gennaio l’azienda creata da Steve Jobs ha sfondato il tetto dei tremila miliardi di dollari di capitalizzazione, una volta e mezzo il PIL italiano del 2019. Smentendo varie previsioni che ne immaginavano il declino, nell’ultimo decennio ha conquistato il mercato cinese e mantenuto in vetta alle classifiche di vendita i suoi prodotti di punta, in particolare l’iPhone, e potenziato i servizi. La storia, i risultati e le prospettive future nell’analisi di Umberto Bertelè

13 Gen 2022

Umberto Bertelè

Professore emerito di Strategia di Impresa al PoliMi e Chairman Osservatori Digital Innovation

Tre trilioni – tremila miliardi – di dollari, una volta e mezzo il PIL italiano del 2019, ultimo anno prima delle difficoltà dovute alla pandemia: è il valore di Borsa (market value o market cap o capitalizzazione), il più alto di tutti i tempi, raggiunto da Apple – anche se per un breve intervallo di tempo – il 3 gennaio scorso, a poco più di dieci anni dalla scomparsa di Steve Jobs, l’innovatore visionario che soprattutto con il lancio dell’iPhone creò le basi per il suo enorme successo.

Fig. 1 – La crescita della capitalizzazione di Apple dall’inizio del secolo a oggi, con l’indicazione di alcuni dei principali eventi nella vita della società (fonti: Refinitiv/FT e Statista)

Dopo Steve Jobs, un successo oltre ogni aspettativa

Ma restare per dieci anni ai vertici mondiali non è sicuramente facile in un contesto come l’attuale, poco favorevole al mantenimento di posizioni di rendita, ed è per questo che sono stati in molti nell’arco del decennio a dubitare sulle capacità del suo successore Tim Cook – un personaggio con caratteristiche del tutto diverse da quelle di Jobs – di gestirne al meglio l’eredità.

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Fra i più famosi il capo storico di Oracle Larry Ellison, che nel 2013 (due anni dopo la morte di Jobs) diede per ineluttabili le difficoltà in cui sarebbe incorsa Apple sotto la gestione di Cook: citando come prova il quasi fallimento di Apple stessa dopo la cacciata di Jobs nel 1985 e la rinascita solo dopo il suo ritorno come CEO nel 1997.

Nemmeno il famoso raider Carl Icahn, decano degli attivisti della Borsa, ebbe sufficiente fiducia in Cook. Dopo aver acquistato nel 2013 per 1 miliardo (con un successivo arrotondamento a 3) azioni della società, che valeva allora 424 miliardi di dollari, e aver costretto Cook ad effettuare un gigantesco buyback, uscì nel 2016 – incerto sull’esito dell’entrata di Apple sul mercato cinese – con una plusvalenza complessiva di 2 miliardi: un’operazione brillante con gli occhi di allora, ma con un ritorno di gran lunga inferiore a quello che avrebbe realizzato tenendosi i titoli sino a oggi.

Fig. 2 – La quotazione di Apple nei primi cinque anni della gestione di Tim Cook, nel periodo cioè intercorrente fra la scomparsa di Steve Jobs e la decisione di entrare sul mercato cinese (cui fece seguito l’uscita di Icahn): la dinamica tipo “montagne russe” risulta molto più evidente rispetto alla figura precedente (fonte: Bloomberg)

Alti e bassi, smentendo le previsioni degli analisti

La Borsa in generale ha avuto negli anni diverse cadute di fiducia – fondamentalmente legate alle ricorrenti incertezze sul futuro dell’iPhone (di gran lunga il principale prodotto per ricavi e utile netto) – con un conseguente andamento tipo “montagne russe” nelle quotazioni. L’errata profezia di Ellison e l’attacco speculativo di Icahn si collocano proprio in un momento di bassa: la capitalizzazione di Apple, 424 miliardi di dollari (come visto) al momento dell’entrata di Icahn, era di circa 240 miliardi inferiore a quella di 660,7 raggiunta il 21 settembre 2012, all’epoca la maggiore di sempre (avendo superato il precedente record di Microsoft risalente al 1999).

E così la stampa economica specializzata. In un suo recentissimo articolo sul New York Times la columnist Shira Ovide (autrice della On Tech newsletter), a proposito di technology misjudgments, ha dichiarato: “I will confess that I was wrong about Apple. Six years ago, I wrote a column for Bloomberg Opinion — the first of many like it — that said Apple was hitting a wall. Since then, Apple’s sales have increased by more than $132 billion, or about triple the amount that Tesla’s sales have grown since 2015. Apple’s profits are unreal [$94.7 billion] …”. E pur esprimendo dubbi, guardando alla qualità dell’assistente vocale Siri, sulle capacità di Apple di affrontare con altrettanto successo un futuro dominato dall’intelligenza artificiale e (forse) dal metaverso, ha chiuso l’articolo dicendo “That’s not a prediction, though. I’m done making Apple predictions.”

I principali motivi della crescita

A che cosa è attribuibile una crescita così eclatante? In questi giorni c’è stata sulla stampa economica internazionale – come era già accaduto con il superamento della quota dei 2 trilioni – una gara a cercare di capire, a cercare di distinguere quanta parte della creazione di valore sia da attribuire alle scelte strategiche e alle capacità organizzative e diplomatiche di Tim Cook e quanta viceversa al grande processo di trasformazione digitale (fortemente acceleratosi con la pandemia) dell’economia e della società e alle politiche monetarie anticrisi particolarmente generose delle banche centrali che hanno caratterizzato il decennio in cui Cook è stato alla guida della società.

“The past decade of easy money policies, big shifts into mobile and the emergence of cloud computing has been remarkably benevolent to tech companies. In the same period that Apple’s market value has risen some $2.7tn, Microsoft has gained $2.1tn, Alphabet is up $1.6tn and Amazon has added $1.5tn,” è il commento a tale proposito del Financial Times, in un suo Big Read intitolatoApple at $3tn: the enigma of Tim Cook.” Un commento in cui viene espresso anche il dubbio che il raddoppio del valore delle azioni di Apple dal momento in cui nel gennaio 2020 fu annunciato il lockdown di Wuhan sia stato “really the product of the aggressive stimulus policies adopted by western governments.”

Fig. 3 – L’impressionante crescita del moltiplicatore P/E di Apple – del rapporto cioè fra la capitalizzazione della stessa e il suo utile netto dal 2013 (entrata di Icahn) a oggi – a raffronto con la dinamica di quello della media delle imprese facenti capo allo S&P 500 statunitense (fonte: Factset/FT)

Se l’enorme quantità di capitali alla ricerca disperata di rendimenti ha contribuito a gonfiare in generale le quotazioni, la scelta di Tim Cook di seguire il consiglio di Carl Icahn e di distribuire ogni anno somme estremamente consistenti agli azionisti (attualmente dell’ordine dei 100 miliardi di $), sotto forma di dividendi ordinari e straordinari e di buyback, ha sicuramente contribuito al vero e proprio balzo verso l’alto del rapporto P/E (price/earnings) fra capitalizzazione e utile netto atteso, che – a differenza della sottovalutazione cronica degli anni precedenti – è divenuto negli ultimi due anni molto più elevato della media delle imprese facenti capo allo S&P 500.

Ma non è solo il rapporto P/E che è cresciuto (ora Apple vale circa 30 volte il suo utile netto atteso a fronte di una media pari a 23,4 del triennio), ma anche, e in misura rilevantissima, l’utile netto. L’anno fiscale conclusosi a settembre 2021 ha visto i ricavi salire del 33% a 365,8 miliardi di $, l’utile operativo crescere del 64% a 108,9 miliardi e l’utile netto passare con un analogo incremento da 57,4 a 94,7 miliardi di $.

I meriti della leadership di Tim Cook

La pandemia ha sicuramente giocato un ruolo importante nella crescita reale della società, ma una parte non piccola del merito deve essere attribuita a Tim Cook, che è riuscito a valorizzare al massimo l’eredità lasciatagli da Steve Jobs – facendo ad esempio dell’iPhone il prodotto di maggior successo della storia – e nel contempo a sfruttare l’enorme parco di utilizzatori di dispositivi di Apple (oltre un miliardo di persone) e l’altrettanto enorme forza del brand per incrementare la presenza – estremamente lucrativa e meno soggetta a sbalzi nel tempo – nei servizi.

Entrando in un maggior dettaglio, va innanzitutto sottolineato come Tim Cook si sia intelligentemente ben guardato dal voler imitare l’innovatività disruptive di Jobs nel creare nuovi prodotti: quali furono in ordine di tempo – dopo i Mac – l’iPod (lanciato alla fine del 2001 e uscito poi di scena con l’avvento dello streaming), l’iPhone (ottobre 2007) e l’iPad (gennaio 2010).

Ne ha lanciati alcuni nuovi, quali l’Apple Watch nel 2015 e gli AirPods nel 2016, e con un certo successo (gli wearable rappresentano ora il 10,5% dei ricavi complessivi, 38 miliardi di $ circa), ma si è soprattutto dedicato a un miglioramento continuo delle prestazioni di quelli esistenti – iPhone in primo luogo ma anche Mac e iPad – attraverso un mix di attività di R&D svolte all’interno (la progettazione dei microchip è stata ad esempio internalizzata per una loro maggiore focalizzazione sugli utilizzi) e di relativamente piccole acquisizioni di startup apportatrici di idee innovative e/o di competenze mancanti.

E nel contempo ha messo in atto una serie di misure volte a promuoverne al massimo la diffusione. Ha gestito, mostrando le sue doti diplomatiche, la complessa entrata in Cina (l’operazione che come visto aveva spinto Icahn a uscire dall’azionariato), ove recentemente Apple è divenuta leader per quota di mercato negli smartphone. E ha ampliato la gamma di offerta degli iPhone e degli altri dispositivi, differenziandone i prezzi (pur rimanendo nella fascia alta) per aumentarne l’accessibilità.

Ha puntato in maniera decisa, come detto, sui servizi: App Store, iCloud, Apple Music, Apple Podcasts, Apple TV+, Apple Fitness+, Apple Pay, per citarne alcuni dei più noti. Sono attualmente 745 milioni i sottoscrittori paganti complessivi. Ammontano a 70 miliardi di $ circa, una cifra raddoppiatasi nel giro di 4 anni, i ricavi realizzati nell’anno fiscale chiusosi a settembre 2021: con un margine record nell’ultimo trimestre, pari al 70,5%, più del doppio rispetto a quello realizzato con le vendite di prodotti hardware.

Ha continuato a puntare, in continuità con Steve Jobs, sull’esclusività di Apple. È significativa a questo proposito la gestione di iMessage – un servizio di chat particolarmente dedicato ai giovani (oltre il 70% dei quali negli US usa l’iPhone a differenza del 40% degli ultraventiquattrenni) – quale molto recentemente descritta da The Wall Street Journal (“Why Apple’s iMessage Is Winning: Teens Dread the Green Text Bubble”): l’accesso alle chat di gruppo è aperto anche a chi non possiede l’iPhone, e ha quindi Android come sistema operativo, ma con connotazioni grafiche discriminanti nell’ambito dei gruppi di appartenenza e con vincoli sulla qualità dei contenuti che essi possono trasmettere. È l’esclusività che, fino a quando verrà percepita come un valore positivo, continuerà a permettere premi di prezzo sostanziali: ben evidenti nel mercato degli smartphone, ove Apple realizza ben l’80% dei profitti globali a fronte del 17% delle vendite. E coerentemente Apple occupa il primo posto nella maggior parte delle classifiche (Forbes, Interbrand, Brand Finance…) sui brand di maggior valore a livello globale, avendo come principali avversari Amazon e Google.

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Fig. 4 – La continua crescita negli US della preferenza dei giovani per gli iPhone (considerati un must), a fronte della quasi stabilità delle scelte degli over 24: una crescita stimolata da Apple stessa, ad esempio con il trattamento discriminatorio riservato agli utilizzatori di Android in una chat molto popolare fra i giovani stessi quale iMessage (fonte: The Wall Street Journal)

Cosa aspettarsi in futuro

Che cosa ci si può aspettare per il futuro? Accennerò brevemente solo a tre punti a mio avviso rilevanti.

Il primo punto riguarda le occasioni di crescita, legate a nuove tecnologie, nuovi bisogni (più o meno reali) e/o nuovi business model. Apple è da diversi punti di vista condannata a crescere e possibilmente in settori nuovi:

  • perché il livello attuale del suo moltiplicatore P/E (circa 30) presume una forte aspettativa di crescita e un ritorno alla media del triennio (come visto 23,4) comporterebbe – a parità di utile netto – una caduta dell’ordine dei 600 miliardi di $.
  • perché anche i ricavi e l’utile netto, esaltati dai premi di prezzo di cui Apple gode per la sua immagine di dinamicità e per la sua esclusività, potrebbero risentire di una carenza di nuove iniziative.

Su che cosa scommette il mercato finanziario, in assenza di indicazioni da parte della società? Sembra, da quanto traspare dalla stampa economica specializzata, che le maggiori scommesse siano su un ingresso massiccio nel mondo della realtà virtuale e della realtà aumentata, su cui Cook ha espresso apprezzamenti in passato, a livello sia hardware sia software. Su un possibile ingresso nel (tanto decantato) metaverso, di cui la realtà virtuale e aumentata rappresentano strumenti fondamentali: anche se in tale ambito Cook non sembra condividere la visione estrema di Zuckerberg. Su una possibile entrata (di cui si parla ormai da troppi anni) nel mondo dell’auto self-driving: a livello di strumentazione o addirittura – ma non riesco a vederne la profittabilità – con il lancio dell’iCar.

Il secondo punto riguarda la geo-politica. In particolare il rischio che – per ragioni di rivalità politica – si vada verso una bipartizione tendenziale dell’economia mondiale, attorno a un polo statunitense e a uno cinese. E, a tempi più ravvicinati, il rischio che il tech crackdown lanciato da Xi Jinping contro le big tech cinesi coinvolga anche le imprese occidentali che avevano sempre intrattenuto buoni rapporti con il governo: quale Microsoft, che per evitare problemi ai suoi sistemi operativi (dominanti sul mercato cinese) ha recentemente preferito chiudere la filiale locale di LinkedIn, temendone un uso improprio che irritasse il partito comunista; quale appunto Apple, che ha tuttora in Cina una parte rilevante della sua supply chain e che realizza in Cina una parte significativa del suo fatturato e del suo utile netto.

In terzo luogo, ma non in ordine di importanza, il fastidio con cui le big tech statunitensi sono sempre più viste dal mondo politico e dalle authority (antitrust, privacy…) delle aree in cui operano (US, UE, UK, ma anche Australia, India…): per il peso economico e politico che esse hanno, per le tasse che pagano in misura estremamente ridotta, per la disruption che esse apportano nei comparti in cui decidono di entrare, per la concorrenza (ritenuta impropria) che esse fanno con i loro beni e servizi alle imprese che utilizzano i marketplace da loro controllati.

Per ora il fastidio si è tradotto in multe e in procedure antitrust crescenti, che hanno colpito (con risultati sinora non tanto negativi) anche Apple. Ma soprattutto il cambio di orientamento dell’amministrazione statunitense con la presidenza Biden e il maggior allineamento con la authority UE e UK aumentano il rischio che vengano approvate misure legislative di controllo ex-ante (e non solamente ex-post) sempre più rigido, potenzialmente minacciose per la libertà di azione e conseguentemente per la profittabilità delle big tech.

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